"Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada. Dategli dei soldi perche' acceleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell'uomo. Non vogliamo morire con nessuno ch'abbia paura di morir con NOi!"
Enrico V-William Shakespeare
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domenica 12 febbraio 2012

Un Fatto... Intrigante




“Complotto contro Benedetto XVI
entro 12 mesi morirà”

Un appunto consegnato un mese fa dal Cardinale Castrillon, a conoscenza del pontefice, riferisce quanto detto dal cardinale Romeo, arcivescovo di Palermo, nel novembre scorso in alcuni colloqui in Cina: "I suoi interlocutori hanno pensato, con spavento, che sia in programma un attentato contro il Papa". C'è anche il nome di Scola come possibile successore. Lombardi, portavoce della Santa Sede: "Talmente incredibile che non si può commentare"

Mordkomplott. “Complotto di morte”. Fa impressione leggere nero su bianco su un documento strettamente confidenziale e riservato, pubblicato in esclusiva dal Fatto che un Cardinale autorevole, l’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo, prevede con preoccupante certezza la morte del Papa entro novembre del 2012. Una morte che, per la sicurezza con la quale è stata pronosticata, lascia intendere agli interlocutori del cardinale l’esistenza di un complotto per uccidere Benedetto XVI. L’appunto è anonimo e reca la data del 30 dicembre del 2011. E’ stato consegnato dal Cardinale colombiano Darío Castrillón Hoyos alla segreteria di Stato e al segretario del Papa nei primi giorni di gennaio con il suggerimento di effettuare indagini per comprendere esattamente cosa abbia fatto e con chi abbia parlato l’arcivescovo Romeo in Cina.

Il Pontefice è stato informato del contenuto dell’appunto a metà gennaio scorso direttamente dal cardinale Castrillon durante un’udienza riservata e il Papa deve avere fatto un salto sulla sedia. Il documento si apre con una premessa in lettere maiuscole: “Strettamente confidenziale”. Probabilmente gli uomini che curano la sicurezza del Pontefice – a partire dalla Gendarmeria Vaticana guidata dall’ex agente dei servizi segreti italiani, Domenico Giani – stanno cercando di verificare le circostanze in cui sono state pronunciate quelle terribili previsioni e la loro credibilità. Da sempre si favoleggia sulle congiure vaticane e sono stati scritti molti libri sulla morte sospetta di Giovanni Paolo primo. Qui però siamo di fronte a un inedito assoluto. Mai nessuno aveva messo nero su bianco l’ipotesi di un complotto per far fuori il Papa. Un complotto che potrebbe realizzarsi da qui al novembre prossimo e che è inserito nel documento all’interno di un’analisi inquietante delle divisioni interne alla Chiesa che vedono contrapposti il Papa e il Segretario di Stato Tarcisio Bertone alla vigilia di una presunta successione, che ci auguriamo sia invece lontana nel tempo.

IL COMPLOTTO E I PROTAGONISTI
Secondo la ricostruzione attribuita dal documento all’arcivescovo Romeo sarebbe Angelo Scola, arcivescovo di Milano, il successore designato da Papa Ratzinger. Il documento in possesso del Fatto è scritto in lingua tedesca, probabilmente perché sia compreso appieno solo dal Papa e dai suoi stretti collaboratori e connazionali, come monsignor George Ganswin. Inizia con un lungo ‘oggetto’ in neretto: “Viaggio del Cardinale Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo, a Pechino a novembre 2011. Durante i suoi colloqui in Cina, il Cardinale Romeo ha profetizzato la morte di Papa Benedetto XVI entro i prossimi 12 mesi. Le dichiarazioni del Cardinale sono state esposte, da persona probabilmente informata di un serio complotto delittuoso, con tale sicurezza e fermezza, che i suoi interlocutori in Cina hanno pensato con spavento, che sia in programma un attentato contro il Santo Padre”.

Dopo questa premessa esplosiva, il testo si articola in tre paragrafi, ciascuno con un titolo in neretto. Il primo è “Viaggio a Pechino”; il secondo “Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone” e il terzo è “Successione di Papa Benedetto XVI”. Nel primo paragrafo si ricostruisce lo strano viaggio in Cina effettuato dall’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, un personaggio influente nella Chiesa: 73 anni, nominato Cardinale nel Concistoro del 20 novembre 2010 dal Papa, parteciperà al prossimo Conclave. Nato ad Acireale da una famiglia ricca e numerosa Romeo è un estroverso, amante della buona cucina e delle tecnologie tanto che sul sito della sua Arcidiocesi si legge “Seguici su Twitter” che secondo lui “il Signore avrebbe potuto usare per i dieci comandamenti”. Dopo una lunga carriera che lo ha portato in Filippine, Venezuela, Ruanda, Colombia e Canada fu nominato Nunzio in Italia e nel 2006 quando doveva essere nominato il presidente della Conferenza episcopale italiana, promosse una consultazione tra tutti i vescovi italiani, mai autorizzata e sconfessata da Benedetto XVI.

Anche il cardinale Castrillon de Hoyos fu sconfessato dal Papa per una sua lettera del 2001 nella quale si complimentava con un vescovo francese condannato per non avere voluto denunciare alle autorità civili un suo sacerdote, colpevole per abusi sessuali su minori. Castrillon, più vecchio di Romeo, appartiene alla corrente più tradizionalista della Chiesa e nel 2009 da presidente della Commissione “Ecclesia Dei“, quando si occupava dei Lefevbriani, non segnalò al Papa il pericolo rappresentato dalle posizioni antisemite del vescovo Williamson. A 80 anni nel 2010 è un pensionato e non parteciperà al prossimo conclave. Castrillon forse avverte come un’invasione di campo la visita di Romeo in Cina. Un paese nel quale è in corso una durissima repressione sulla comunità cristiana che si rifiuta di assoggettarsi al regime. Secondo quanto è scritto nel documento però Romeo non si sarebbe occupato di questo: “A novembre 2011 il Cardinale Romeo si è recato con un visto turistico a Pechino, dove, di fatto, non ha incontrato nessun esponente della Chiesa Cattolica in Cina, bensì uomini d’affari italiani, che vivono o meglio lavorano a Pechino, e alcuni interlocutori cinesi. A Pechino il Cardinale Romeo ha dichiarato di essere stato inviato personalmente da Papa Benedetto XVI per proseguire, o meglio verificare i colloqui avviati dal Cardinale Dario Castrillón Hoyos a marzo 2010 in Cina. Inoltre ha affermato di essere l’interlocutore designato del Papa per occuparsi in futuro delle questioni fra la Cina e il Vaticano”.

I TRE PARAGRAFI DEL DOCUMENTO
Nel primo paragrafo l’anonimo estensore del documento consegnato agli uomini del Segretario di Stato Bertone e del Papa da Castrillon sostanzialmente tratteggia un Romeo un po’ sbruffone. L’arcivescovo di Palermo si accredita come un antico amico del cardinale Castrillon, esperto di rapporti con le chiese clandestine dai tempi della sua esperienza nelle Filippine, e persino come il componente di una sorta di direttorio segreto che governerebbe la Chiesa di Ratzinger. “Il Cardinale Romeo ha sorpreso i suoi interlocutori a Pechino informandoli che lui – Romeo – formerebbe assieme al Santo Padre – Papa Benedetto XVI – e al Cardinale Scola una troika. Per le questioni più importanti, dunque, il Santo padre si consulterebbe con lui – Romeo – e con Scola”.

Poi arriva il paragrafo sulle critiche che Romeo avrebbe rivolto al capo del Governo della Chiesa, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone. “Il Cardinal Romeo ha aspramente criticato Papa Benedetto XVI, perché si occuperebbe prevalentemente della liturgia, trascurando gli “affari quotidiani”, affidati da Papa Benedetto XVI al Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Chiesa Cattolica Romana”. Non solo: Bertone e Ratzinger sono descritti come una coppia di litiganti costretti a convivere nelle mura leonine: “Il rapporto fra Papa Benedetto XVI e il suo Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone sarebbe molto conflittuale. In un’atmosfera di confidenzialità il Cardinale Romeo ha riferito che Papa Benedetto XVI odierebbe letteralmente Tarcisio Bertone e lo sostituirebbe molto volentieri con un altro Cardinale. Romeo ha aggiunto però, che non esisterebbe un altro candidato adatto a ricoprire questa posizione e che per questo il Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone continuerebbe a svolgere il suo incarico”.

A questo punto, dopo aver premesso che “anche il rapporto fra il Segretario di Stato e il Cardinale Scola sarebbe altrettanto avverso e tormentato”, arriva il paragrafo nel quale ci si occupa della successione del Papa, che vedrebbe in posizione privilegiata proprio il cardinale Scola, da sempre vicino a Comunione e Liberazione. “In segreto il Santo Padre si starebbe occupando della sua successione e avrebbe già scelto il Cardinale Scola come idoneo candidato, perché più vicino alla sua personalità. Lentamente ma inesorabilmente lo starebbe così preparando e formando a ricoprire l’incarico di Papa. Per iniziativa del Santo Padre – così Romeo – il Cardinale Scola è stato trasferito da Venezia a Milano, per potersi preparare da lì con calma al suo Papato. Il Cardinale Romeo ha continuato a sorprendere i suoi interlocutori in Cina – prosegue il documento consegnato dal cardinale colombiano al Papa – in Cina continuando a trasmettere indiscrezioni”.

Ed ecco che, dopo avere esaminato il quadro dei rapporti conflittuali all’interno del Vaticano in vista della successione a Ratzinger, Romeo, secondo l’appunto, avrebbe gettato di fronte ai suoi interlocutori la bomba: “Sicuro di sé, come se lo sapesse con precisione, il Cardinale Romeo ha annunciato, che il Santo Padre avrebbe solo altri 12 mesi da vivere. Durante i suoi colloqui in Cina ha profetizzato la morte di Papa Benedetto XVI entro i prossimi 12 mesi. Le dichiarazioni del Cardinale sono state esposte, da persona probabilmente informata di un serio complotto delittuoso, con tale sicurezza e fermezza, che i suoi interlocutori in Cina hanno pensato con spavento, che sia in programma un attentato contro il Santo Padre”. Per accreditare la veridicità dei fatti riportati il documento maliziosamente chiosa: “Il Cardinale Romeo si sentiva al sicuro e non poteva immaginare, che le dichiarazioni fatte in questo giro di colloqui segreti potessero essere trasmesse da terzi al Vaticano”.

SUCCESSIONE, SMENTITE E IL GROVIGLIO VATICANO
La chiusura è dedicata al tema centrale che angoscia evidentemente l’estensore: la successione a Ratzinger: “Altrettanto sicuro di sé Romeo ha profetizzato che, già adesso sarebbe certo benché ancora segreto, che il successore di Benedetto XVI sarà in ogni caso un candidato di origine italiana. Come descritto prima, il Cardinale Romeo ha sottolineato, che dopo il decesso di Papa Benedetto XVI il Cardinale Scola verrà eletto Papa. Anche Scola avrebbe importanti nemici in Vaticano”. Il Fatto nella serata di ieri ha contattato telefonicamente il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Padre Federico Lombardi, per chiedere la posizione ufficiale del Vaticano su questo documento ma la sua risposta è stata: “Pubblicate quello che credete ma vi prendete una responsabilità. Mi sembra una cosa talmente fuori dalla realtà e poco seria che non voglio nemmeno prenderla in considerazione. Mi sembra incredibile e non voglio nemmeno commentare”.

Un atteggiamento di totale negazione dei fatti che appare discutibile perché il documento pone quesiti importanti non solo sulla salute e la sicurezza del Papa ma anche sulla situazione a dir poco sconcertante in cui versa la Chiesa. Benedetto XVI è il capo di una delle religioni più diffuse sulla terra. Per i cattolici (1,2 miliardi al mondo) è il custode della dottrina e – al di là della veridicità delle affermazioni contenute nell’appunto che va tutta verificata – questo testo deve essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica. Una lettera simile non è una questione che può restare confinata nel circuito epistolare tra gendarmi, Segreteria di Stato e cardinali ma deve essere spiegata ai cristiani sempre più attoniti per quello che leggono sui giornali. Il Fatto ha già pubblicato il 4 febbraio scorso la lettera del Nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, già segretario del Governatorato della Citta del Vaticano, nella quale l’arcivescovo formulava accuse gravissime sulla corruzione, i furti e le false fatturazioni dentro le mura leonine e accusava di presunti reati monsignor Paolo Nicolini, direttore dei Musei Vaticani. Poi abbiamo pubblicato un documento esclusivo sui rapporti Aif-Uif che documentava la scelta del Vaticano di non fornire informazioni bancarie precedenti all’aprile del 2011 alle autorità antiriciclaggio. Ora si scopre un documento nel quale si parla senza remore di morte certa del Papa e si favoleggia persino di un possibile complotto per uccidere il Pontefice. Per questo l’appunto sulla morte del Papa deve essere pubblicato: perché se ne verifichi coram populo l’origine e la veridicità e soprattutto perché finalmente Santa Romana Chiesa esca dal silenzio e spieghi ai suoi fedeli (e non solo a loro) come è possibile che tra i cardinali e il Papa circolino previsioni certe di morte e ipotesi omicidiarie che solo a leggerle fanno venire i brividi.

da il Fatto Quotidiano del 10 febbraio 2012


Il Vaticano ha smentito la notizia data da "Il Fatto Quotidiano", considerandola una farneticazione da non meritare considerazione. Penso che davanti a una notizia del genere, dallo stesso ritenuta falsa perchè priva di prove, sia necessaria una risposta più convincente. Il modo in cui hanno liquidato la faccenda appare come il classico velo che si cala su denunce scottanti quando viene tirata in ballo la Santa Sede. Forse l'idea che a doversene occupare, per accertare la veridicità di quanto sostine il giornale, tocchi ai magistrati, non piace ai principi della Chiesa. Considerando inoltre che il giornale in questione non gode di alcuna tutela politica, dubito che abbiano corso il grave rischio di "farneticare"!

martedì 18 ottobre 2011

Intrallazzi a Corte





Tutti questi anni trascorsi senza sapere nulla dell’on. Michele Pisacane da Agerola (vicino Amalfi), 52 anni, ex Dc, poi mastelliano, poi casiniano, poi vicino al Pd, poi nel Misto, poi fondatore del Pid (Popolari Italia Domani) col ministro Romano e infine berlusconiano. Ma soprattutto, dice lui di sè a Fabrizio Roncone del Corriere,“laureato in psichiatria: faccio il psichiatra sociale”. Ecco, se il 14 dicembre l’eroe della fiducia fu Mimmo Scilipoti, agopuntore da Barcellona Pozzo di Gotto, stavolta la Palma Marron se l’aggiudica lui, “il psichiatra sociale”. E c’è un che di evocativo, nel fatto che sia proprio il psichiatra last minute (assente alla prima “chiama”, è andato a votare in extremis alla seconda, quando il borsino dei deputati all’asta fa registrare quotazioni da capogiro) a garantire la sopravvivenza di una maggioranza-manicomio e di un governo-comunità di recupero.

Il suo spirito-guida è Saverio Romano, il ministro imputato per mafia e indagato per corruzione mafiosa che si fa dettare via fax gli emendamenti dal prestanome di don Vito Ciancimino. E infatti Romano era fra i pochi a non dubitare di lui: “Michele sa cosa fare”, aveva detto rassicurante. E aveva ragione: il nostro eroe dal nome risorgimentale a sua insaputa, rimasto inizialmente a casa perchè l’antennista gli stava montando Sky, s’è precipitato in aula giusto in tempo per la fiducia. Al suo ingresso, B. l’ha salutato come un vecchio amico senza sapere nemmeno chi fosse: “Pensava che fossi siciliano, Cicchitto non gli aveva mai parlato di me”. Ma ora lo sa: “Mo’ Berlusco’ me sape”, commenta compiaciuto alla fine. Ora ha un futuro assicurato, sia pur fugace come l’ultimo scampolo di legislatura. Se i sottosegretari Misiti e Polidori sono stati promossi sul campo viceministri e il senatore scajoliano Viceconte sottosegretario all’Interno (ma solo perchè un Viceconte viceministro suona male), per il psichiatra sociale si troverà uno strapuntino degno del suo eloquio. Di Mussolini, Leo Longanesi diceva: “Di lui non mi spaventano le idee, ma le ghette”. Analogamente, di questa classe digerente di fine regime si può dire a buon diritto che non spaventano le idee (per manifesta assenza delle stesse), ma la cultura.

Prendete l’on. Vincenzo Fontana del Pdl: l’altra sera le Iene gli domandano se è favorevole a vendere il patrimonio artistico per rastrellare un po’ di euro. Lui, tetragono, dice che non se ne parla nemmeno. Poi però gli leggono una falsa dichiarazione del premier, che naturalmente sembra vera, a favore della cessione della Fontana di Trevi. Lui allora chiede di cambiare la sua dichiarazione, da contraria a favorevole, perchè per fare cassa questo e altro: se lo dice il Capo, il Fontana vende pure la Fontana. Poi c’è il grande Antonio Razzi, già dioscuro di Scilipoti, l’altro ex dipietrista folgorato un anno fa sulla via di Arcore perchè aveva il mutuo da pagare: in un’intervista alla radio riesce a dire “non avrei andato” e “devolgo i soldi a costruire una chiesa distrutta”.

E mentre uno devolge, uno sape e uno ha andato, le truppe del Nuovo che Avanza preparano la grande fuga. Il psicoterapeuta Luciano Sardelli era dato per certo nel fronte della fiducia: era il capofila dei Responsabili e dieci mesi fa esaltava le magnifiche sorti e progressive del governo B. Invece, nel breve volgere di qualche nanosecondo, è passato all’opposizione e ora, intervistato da Antonello Caporale su Repubblica, si sente “liberato, lieve felice”. Non ne poteva più di “essere fermato da gente che mi diceva ‘vergognati’, ‘venduto’, ‘pensa all’Italia’”. Così ha votato contro, “trascinato dal senso dello Stato”. Ma non prima di aver dato a B. un consiglio da amico: “Presidente, se lasci il governo trovi la pace”. L’altro, che se lascia il governo trova la galera, gli “ha risposto piccato”. Cioè l’ha mandato a fare in culo. Ecco, basta l’idea di una Terza Repubblica senza Berlusconi ma con i Sardelli, e già un po’ rimpiangiamo la Seconda.



Parfum à la Gullotine!!! E' tutto ciò che mi viene da dire!

venerdì 14 ottobre 2011

Berlusconi, la caduta




di : FURIO COLOMBO



Berlusconi è in aula, con la mascella alta, circondato dai suoi inutili ministri. Il più vicino, da un lato è Bossi, intento a osservare il vuoto. Dall’altro, giustamente spalla a spalla, il ministro Romano, il più vicino alla mafia. Ma questo conta: Berlusconi è in aula, quando, dieci minuti prima delle sei del pomeriggio, la maggioranza non c’è. Manca un voto. Puoi scherzare sul fatto che il voto mancante si è materializzato un istante dopo (lungo boato e applauso delle opposizioni e Berlusconi immobile, in silenzio, senza espressione) quando Tremonti, che non aveva votato, è entrato in aula.

Ma il voto non c’era. Ed è un dramma a cui valeva la pena di partecipare, dopo tanti anni di dominio di una corte corrotta, servile, immensamente dannosa. Eccoci dunque di fronte a Berlusconi battuto, una faccia color arancione, una testa tinta di marrone che sembra bloccata anche nel minimo movimento. Finché si alza di scatto, sbatte la sedia, urta Tremonti e va via da solo in un uragano di applausi che segnano ciò che è accaduto: il voto non si può ripetere e non si può correggere. È stato cancellato l’articolo 1 della legge sul bilancio dello Stato, dunque tutta la legge.

È un voto che non si può ripetere né una legge che può aspettare. Tutti i ministri del più penoso governo nella storia repubblicana sembrano inghiottiti dalla disattenzione. Bossi va via per suo conto e nessuno nota nessuno, a quello che era il banco del governo. Devi guardare la parte destra del Parlamento. Quei deputati, che da settimane danno segni di impazienza un po’ disperata, si sono trovati di fronte a un uomo che era tutto fino a un istante prima e che un solo voto ha trasformato di colpo in un peone, solo e senza notizie sul dove andare e che cosa fare. Non è sua la dichiarazione “è solo un guasto tecnico”. Bonaiuti è di quegli attendenti che restano accanto al capo anche sotto le ultime cannonate, e detta le ultime parole. Gli altri non puoi dire che escano. Piuttosto si sfilano, passano in fretta e di profilo attraverso la porta evitando persino i commessi, pericolosi testimoni di ciò che è accaduto.

È accaduto che all’improvviso, alla presenza di Berlusconi, non c’è più la maggioranza. Non sappiamo quali espedienti saranno tentati per dimostrare che non è vero. Ma è vero, io c’ero.

da Il Fatto Quotidiano del 12 ottobre 2011

giovedì 6 ottobre 2011

Legge Bavaglio, ovvero stupidità al Potere




Il voto alla Camera di Pdl e Lega sulla legge bavaglio più che un attentato alla libertà d’informazione (che c’è, ed è grosso come una casa), rappresenta una fotografia perfetta della stupidità e dell’ignoranza dei nostri governanti. E dimostra come davvero la maggior parte dei frequentatori di Montecitorio e Palazzo Madama utilizzi la Rete, i Pc e gli IPad solo per giocare a carte o visitare siti raffiguranti immagini di belle signorine.

Mentre il Titanic Italia viaggia spedito vesto il disastro, i nostri eroi hanno infatti deciso che qualsiasi tipo d’intercettazione potrà essere pubblicata solo dopo un’udienza filtro nel corso della quale accusa e difesa decideranno cosa tenere e cosa buttare al macero. Cioè dopo anni dall’inizio di un’indagine.

Anche quando i colloqui saranno riportati all’interno di un’ordinanza di custodia cautelare, il giornalista non potrà né riprodurli, né citarli, né riassumerli. Se lo farà scatteranno sanzioni pesantissime per lui e per l’editore. Si arriverà così al paradosso di leggere articoli in cui si racconta che Tizio è stato arrestato per estorsione, per traffico di droga o per tangenti, senza però poter capire il perché. O almeno senza essere in grado di farlo quando l’inchiesta è basata anche su intercettazioni.

Se poi un avvocato vorrà pubblicizzare dei colloqui agli atti che, secondo il suo punto di vista, dimostrano l’innocenza del proprio assistito si vedrà la strada sbarrata. I movimenti di opinione che spesso servono per difendere gli indagati da eventuali soprusi da parte dell’autorità giudiziaria insomma non avranno più spazio.

Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il web può capire che questa norma, ideata per evitare che gli elettori vengano a conoscenza dei comportamenti della classe dirigente più corrotta e inefficiente d’Europa, è però destinata a rivelarsi non solo inutile, ma addirittura pericolosa e controproducente (sopratutto dal punto di vista del Palazzo).

Vediamo perché.

Nella maggior parte dei casi i documenti giudiziari (intercettazioni comprese) che finiscono sui giornali, o che vengono riassunti dalla stampa, sono pubblici. Si tratta di atti non più coperti da segreto che vengono consegnati alle parti (agli avvocati e agli indagati) in occasioni di perquisizioni, arresti, tribunali del riesame. Sono insomma carte che possono circolare liberamente, visto che in Italia il segreto istruttorio è stato abolito nel 1989 e oggi l’unico segreto rimasto in vigore è quello investigativo.

Ora immaginatevi cosa accadrà in casi come quelli di Giampaolo Tarantini, il giovane imprenditore di Bari sotto inchiesta per favoreggiamento della prostituzione e arrestato perché accusato di aver ricattato Silvio Berlusconi. Le indagini su di lui si basano principalmente su intercettazioni: colloqui ritenuti rilevanti dai magistrati al punto di essere riprodotti nelle ordinanze di custodia o negli atti depositati per chiederne il rinvio a giudizio.

Quando il Bavaglio sarà in vigore i giornalisti continueranno a ritrovarsi in mano le trascrizioni delle sue chiacchierate, le potranno far leggere ai loro amici, o consegnarle in copia al loro portinaio, vicino di casa o edicolante (e nessuno li potrà perseguire per questo). Per legge però non le potranno nemmeno citare di sfuggita nei loro articoli. E non lo potranno fare anche se sono di evidente interesse pubblico (abbiamo un premier ricattato? oppure il nostro presidente del Consiglio paga testimoni e indagati per evitare che venga fatto il suo nome davanti ai giudici?). E lo stesso succederà in inchieste per tangenti (vedi quelle sulla cricca del G8), sulla malasanità (vedi clinica degli orrori) e via dicendo.

Ebbene c’è qualche parlamentare del centrodestra, ancora in grado di usare il cervello, convinto che le ordinanze di custodia cautelare e le intercettazioni alla base di queste inchieste, una volta depositate, non finiranno per essere pubblicate sul web da testate estere o da siti anonimi magari ospitati da inaccessibili server situati in Paesi off shore? L’esperienza di Wikileaks non ha insegnato nulla ai nostri astuti legislatori?

Evidentemente no. Perché se avesse insegnato qualcosa almeno alla Camera sarebbe stata fatta un’ulteriore riflessione. Qualcuno avrebbe, per esempio, ragionato su un fatto: oggi non tutti i documenti raccolti nelle redazioni dei giornali finiscono in Rete o in pagina.

Lo dimostra, tra l’altro, un caso che lor signori dovrebbero conoscere bene: l’inchiesta sui furbetti del quartierino. Nel 2005 quando le intercettazioni evidenziarono di che pasta fosse fatto il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, e quali manovre politico-finanziarie si giocassero intorno alle banche, i cronisti non pubblicarono i colloqui – anche molto divertenti – tra alcuni protagonisti delle scalate e le loro rispettive amanti. La storia d’interesse pubblico era infatti quella sui ladrocini, non quella delle eventuali corna di un gruppo di manager. E quando un quotidiano mise in pagina un sms (piuttosto innocuo, per la verità) tra i novelli sposi Anna Falchi e Stefano Ricucci, fu punito con una multa salata da parte del Garante della privacy. Un provvedimento che servì a ricordare a tutti cosa prevede la deontologia professionale di chi scrive.

Essere giornalisti infatti vuol dire saper raccontare storie (vere) selezionando e gerarchizzando i fatti. Non tutto è una notizia. E non tutto ha interesse pubblico. Lo spazio di un articolo, giornale o di un tg non è infinito. Per questo bisogna saper scegliere, con onestà e correttezza, cosa mandare in stampa e cosa no. I lettori poi valuteranno i giornalisti anche sulla base di questa loro capacità. E se qualcuno si riterrà diffamato, o riterrà violata la propria privacy, potrà chiedere (e ottenere se ha ragione) un risarcimento.

Difficile però pensare che domani, con la legge Bavaglio in vigore, le maglie di questa selezione non si allarghino: con la prospettiva evidente che sul web ci finisca davvero di tutto.

Sia perché il concetto di privacy varia da paese a paese (ricordate le foto di villa La Certosa messe on line da El Pais e invece finite sotto sequestro in Italia?), sia perché nel caso di documenti o articoli pubblicati da siti per così dire anonimi, il pericolo è che i criteri di scelta vengano a mancare. L’opacità, la non trasparenza favorisce infatti la deresponsabilizzazione.

Per questo il Bavaglio, come tutte le leggi ingiuste, è stupido. E diventa la cartina di tornasole che permette anche di capire perché il nostro Paese sia ormai passato dal declino alla decadenza. Una classe dirigente capace d’ideare norme del genere, non può che essere sulla tolda di comando di un Titanic. Che non cambierà rotta. Fino al naufragio.

Ps: Ma cosa faremo noi de Il Fatto e de ilfattoquotidiano.it? Non lanceremo il sasso nascondendo la mano. Non utilizzeremo l’anonimato. Di questo i lettori possono starne certi. Di fronte a intercettazioni che sono notizie, le pubblicheremo. Sopportando tutte le conseguenze e ricorrendo davanti a ogni tribunale: dalla Corte Costituzionale fino ai giudici di Strasburgo. Insomma, come avevamo già scritto il 2 aprile del 2010, la nostra sarà disobbedienza. Disobbedienza civile.

di : Peter Gomez

mercoledì 7 settembre 2011

Paese di m.? Per forza, c’è B.


di Massimo Fini

“L’Italia è un Paese di merda".





Capisco che il presidente della Repubblica, che pur ogni giorno ci rompe i timpani con la retorica dell'Unità d'Italia, abbia le mani legate perché quell'espressione Berlusconi l'ha usata in una conversazione privata, peraltro con uno di quegli avanzi di galera di cui il premier italiano ama circondarsi.
Capisco, per gli stessi motivi, il silenzio del presidente della Camera e del Parlamento oltre che la dovuta inerzia della Magistratura.

Ma mi aspettavo un sussulto, un soprassalto di dignità da parte degli italiani, che a differenza delle cariche istituzionali non hanno obblighi di forma. Non per un malinteso senso di orgoglio nazionale, ma perché quella frase, privata o meno, offende tutti noi, uomini e donne, singolarmente presi, dandoci dei 'pezzi di merda'.
MI ASPETTAVO quindi che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inutile sciopero politico alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoni, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall'energumeno per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l'esercito di guardie private da cui è difeso, e dirgli il fatto suo.
Invece la cosa è passata come se nulla fosse. Encefalogramma piatto.
A parte un articolo sul Fatto del solito Travaglio, che ha trattato l'argomento, se così vogliamo chiamarlo, con la consueta, magistrale ironia. Ma non è più il tempo dell'ironia, che depotenzia la gravità dei fatti.
Sono 17 anni che costui delegittima, di volta in volta, impunemente tutte le Istituzioni dello Stato: il presidente della Repubblica, il presidente della Camera, la magistratura ordinaria, la Corte costituzionale, la Cassazione, la magistratura civile, la Corte dei conti, il Tar, il governo (quando non c'è lui), il Parlamento (quando non ne ha il controllo) e adesso, in blocco, il popolo italiano.
Sono 17 anni che costui insulta tutti impunemente: “Pm eversivi", "Pm sovversivi", "Pm peggio della criminalità", "i magistrati milanesi come la mafia", "magistratura metastasi", "magistratura cancro della società", "i giudici sono antropologicamente dei pazzi", "l'opposizione è criminale", "i giornali sono criminali". E non è che un florilegio minimo di un repertorio che va avanti da 17 anni.
Fino a quando tollereremo questo mitomane schizoide, questa faccia di bronzo, questa faccia di palta, questo corruttore di magistrati (nessuno crederà, sul serio, che Previti abbia pagato in nome proprio il giudice Metta perché 'aggiustasse' il Lodo Mondadori a favore della Fininvest), corruttore di testimoni (Mills), corruttore della Guardia di Finanza, concussore della polizia (caso Ruby), creatore di colossali 'fondi neri', campione, attraverso decine di società 'offshore', di quell'evasione fiscale che oggi dice di voler combattere (proprio lui che incitò gli italiani a 'eludere' le tasse)?
DEMOCRATICAMENTE non c'è difesa quando esiste una maggioranza parlamentare che, in spregio a ogni principio di uguaglianza, sforna a raffica leggi 'ad personam' ed è persino disposta ad avallare la tesi che la marocchina Ruby fosse creduta nipote del presidente egiziano Mubarak. E se oggi "l'Italia è un Paese di merda" è perché abbiamo permesso a questo inqualificabile individuo, con la complicità dei suoi sgherri e 'servi liberi', di cacarci sopra per 17 anni.



Non ho proprio nulla da aggiungere, Massimo Fini ha superato se stesso con questo articolo, l'unico che riscatta la dignità di quei pochi italiani che si sono realmente offesi davanti questo ennesimo vergognoso e colossale insulto, dove include anche chi lo ha eletto!!

giovedì 16 giugno 2011

Ogni Cittadino è il Re


L'irruzione del futuro

di BARBARA SPINELLI



FORSE, dopo la perdita di Milano e Napoli, la sconfitta al referendum è la più avvilente nella storia di Berlusconi. Si era messo in testa che ignorandolo l'avrebbe ucciso, l'aveva definito "inutile", e il giorno del voto se n'era andato pure al mare, esemplarmente. Niente da fare: il quorum raggiunto e i quattro sì che trionfano non sono solo un colpo inferto alla guida del governo.

È una filosofia politica a franare, come la terra che d'improvviso si stacca dalla montagna e scivola. È un castello di parole, di chimere coltivate con perizia per anni. "Meno male che Silvio c'è", cantavano gli spot che il premier proiettava, squisita primizia, nei festini. Gli italiani non ci credono più, il mito sbrocca: sembra l'epilogo atroce dell'Invenzione di Morel, la realtà-non realtà di Bioy Casares. Per il berlusconismo, è qualcosa come un disastro climatico.

Tante cose precipitano, nel Paese che credeva di conoscere e che invece era un suo gioco di ombre: l'idea del popolo sovrano che unge la corona, e ungendola la sottrae alla legge. L'idea che il cittadino sia solo un consumatore, che ogni tanto sceglie i governi e poi per anni se ne sta muto davanti alla scatola tonta della tv. L'idea che non esistano beni pubblici ma solo privati: il calore dell'aria, l'acqua da bere, la legge uguale per tutti, la politica stessa. L'idea, più fondamentale ancora, che perfino il tempo appartenga al capo, e che un intero Paese sia schiavo del presente senza pensare - seriamente, drammaticamente - al futuro. Più che idee, erano assiomi: verità astratte, non messe alla prova. Non avendo ottenuto prove, il popolo è uscito dai dogmi. Lo ha fatto da solo, senza molto leggere i giornali, gettando le proprie rabbie in rete. È una lezione per i politici, i partiti, i giornali, la tv. La fiamma del voto riduce una classe dirigente a mucchietto di cenere.

Pochi hanno visto quello che accadeva: il futuro che d'un tratto irrompe, la stoffa di cui è fatto il tempo lungo che gli italiani hanno cominciato a valutare. Erano abituati, gli elettori, a non votare più ai referendum. Questa volta sono accorsi in massa: a tal punto si sentono inascoltati, mal rappresentati, mal filmati. Nessuna canzoncina incantatrice li ha immobilizzati al punto di spegnerli. Berlusconi lo presentiva forse, dopo Milano e Napoli, ma come un automa è caduto nella trappola in cui cadde Craxi nel 1991 - andare al mare mentre si vota è un rozzo remake - e con le sue mani ha certificato la propria insignificanza. Impreparato, è stato sordo all'immenso interrogativo che gli elettori di domenica gli rivolgevano: se la sovranità del popolo è così cruciale come proclama da anni, se addirittura prevale sulla legge, la Costituzione, come mai il Cavaliere ha mostrato di temere tanto il referendum? Come spiegare la dismisura della contraddizione, che oggi lo punisce?

Il popolo incensato da Berlusconi, usato come scudo per proteggere i suoi interessi di manager privato, non è quello che si è espresso nelle urne. È quello, immaginario, che lui si proiettava sui suoi schermi casalinghi: un popolo divoratore di show, ammaliato dal successo del leader. Chi ha visto Videocracy ricorderà la radice oscena della seduzione, e le parole di Fabrizio Corona: "Io sono Robin Hood. Solo che tolgo ai ricchi, e dò a me stesso". Nel popolo azzurro la libertà è regina, ma è tutta al negativo: non è padronanza di sé ma libertà da ogni interferenza, ogni contropotere. Ha come fondamento la disumanizzazione di chiunque si opponga, di chiunque incarni un contropotere. Di volta in volta sono "antropologicamente diversi" i magistrati, i giornalisti indipendenti, la Consulta, il Quirinale. Ora è antropologicamente diverso anche il popolo elettore, a meno di non disfarsi di lui come Brecht consigliò al potere senza più consensi. Era un Golem, il popolo - idolo d'argilla che il demiurgo esibiva come proprio manufatto - e il Golem osa vivere di vita propria. Il premier lo aveva messo davanti allo sfarfallio di teleschermi che le nuove generazioni guardano appena, perché la scatola tonta ti connette col nulla. E quando ti connette con qualcuno - Santoro, Fazio, Saviano - ecco che questo qualcuno vien chiamato "micidiale" e fatto fuori.

Il popolo magari si ricrederà, ma per il momento ha abolito il Truman Show. Ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura. Non sa che farsene del partito dell'amore, perché nella crisi che traversa non chiede amore ai politici ma rispetto, non chiede miraggi ottimisti ma verità. Accampa diritti, ma non si limita a questo. Pensare il bene pubblico in tempi di precarietà e disoccupazione vuol dire scoprire il dovere, la responsabilità. Celentano lunedì sera ha detto che siamo disposti perfino ad avere un po' più freddo, in attesa di energie alternative al nucleare. Per questo si sfalda il dispositivo centrale del berlusconismo: la libertà da ogni vincolo è distruttiva per l'insieme della comunità. Era ammaliante, ma lo si è visto: perché simile libertà cresca, è indispensabile che il popolo sia tenuto ai margini della res publica.
Specialmente nei referendum, dove si vota non per i partiti ma per le politiche che essi faranno, il popolo prende in mano i tempi lunghi cui il governo non pensa, e gli rivolge la domanda cruciale: è al servizio del futuro, un presidente del Consiglio che ha paura dell'informazione indipendente, che ha paura di dover rispondere in tribunale, che elude la crisi iniziata nel 2007, che non medita la catastrofe di Fukushima e considera il no al nucleare un'effimera emozione? Pensa al domani o piuttosto a se stesso, chi sprezza la legalità pur di favorire piccole oligarchie, il cui interesse per le generazioni a venire è nullo? Ai referendum come nelle amministrative il tempo è tornato a essere lungo. Non a caso tanti dicono: si ricomincia a respirare.

La crisi ha insegnato anche questo: non è vero che il privato sia meglio del pubblico, che il mercato coi suoi spiriti animali s'aggiusti da sé, che la politica privatizzata sia la via. I privati non sono in grado di costruire strade, ferrovie, energia pulita per i nipoti. Vogliono profitti subito e a basso costo, senza badare alla qualità e alla durata. Berlusconi si presentò come il Nuovo ed era invece custode di un disordine naufragato nel 2007. Non era Roosevelt o Eisenhower, non ha edificato infrastrutture per le generazioni che verranno.

Ogni persona, dice Deleuze, è un "piccolo pacchetto di potere", e l'etica la costruisce su tale potere. Berlusconi pensava - forse pensa ancora - che questo potere fosse suo: che non fosse così diffuso in pacchetti. Pensava che il cittadino non avesse bisogno di verità; che il coraggio te lo dai nascondendola. Pensava (pensa) che il coraggio consista nel ridurre le tasse, e chi se ne importa se l'Italia precipita come la Grecia o se pagheranno i nipoti. Pensava che, bocciato il legittimo impedimento, puoi farti una prescrizione breve, come se il popolo non avesse proscritto ogni legge ad personam. Il Cavaliere ha eredi nel Pdl. Ma all'eredità come bene consegnato al futuro non ha mai badato, convinto che la crisi sia come la morte (e lui come la vita) per Epicuro: "Finché Silvio c'è, la crisi non esiste. Quando la crisi arriva, Silvio non c'è". Tanti ne sono convinti, e lo incitano a "tornare allo spirito del '94": dunque a mentire sulle tasse, di nuovo.

Chi lo incita sa quello che dice? Ha un'idea di quel che è successo fra il 1994 e il 2011? Rifare il '94 non è da servi liberi, ma da gente che ignora il mondo e ne inventa di falsi. Se fossero liberi e coraggiosi non sarebbero stupidi al punto di consigliare follie. Se insistono, vuol dire che sono servi soltanto. La loro retorica è così smisurata che neppure capiscono la nemesi, che s'è abbattuta sul loro padrone.




Se Berlusconi avesse dato retta a simili giornalisti, invece di marchiarli come "komunisti", sarebbe stato un grande statista, e l'Italia una vera potenza. Peggio per lui che ha assecondato chi gli ha leccato i piedi per ottenere un posto al sole. Chi è colpa del suo male .... che pianga per sempre!!

sabato 7 maggio 2011

Donne?? No!! Femmine!!




di Flavia Perina



Caro direttore, se avessi un milione di euro pagherei i più bravi creativi italiani per lanciare una campagna su scala nazionale sul tema: “Donne, ma siete matte a votare ancora il Pdl?”.
L'ossessione sessista del Partito dell'amore era già molto sgradevole quando Berlusconi ne era il principale e quasi unico interprete. L'attenuante dell'età e lo stereotipo comunemente accettato della atipicità del Caro Leader aiutavano a minimizzare dicendo: “Sì, ha una visione un po' antiquata delle donne, ma è l'innocuo machismo di una persona anziana”.
Ricordo il fotofinish del congresso di fondazione del Pdl, quando Silvio chiamò sul palco “le nostre dame” facendo rabbrividire tutti con la frase “dov'è la zoccola” captata dai microfoni, o la cena di chiusura della campagna elettorale per le regionali del Lazio dove si intestò lo jus primae noctis sulle eventuali elette facendo sobbalzare il pubblico.
Vabbè, si diceva, “lui” è fatto così. Scherza. In fondo è inoffensivo. In due anni “lui” è diventato “loro” perché lo sdoganamento della battuta da caserma, del narcisismo dongiovannesco, della prepotenza da bar sport, è diventato qualcosa di simile a un dato culturale fondante per il Pdl.
Fabrizio Cicchitto è riuscito a fermare in extremis la pubblicazione su “Panorama” della classifica del “lato B” delle parlamentari stilata da un altro parlamentare del centrodestra, Giancarlo Mazzucca . Nel numero attualmente in edicola, peraltro, è presente la top ten delle gambe delle onorevoli, firmata dallo stesso Mazzucca. Servirà per stabilire le future priorità nelle liste?
A Milano il coordinatore del Pdl Renato Mantovani ha aperto la cena delle groupie berlusconiane dicendo: “Se Pisapia si deve accontentare della Concia e della Bindi noi possiamo dire di essere messi meglio”. Mantovani è quello installato di recente al posto di Guido Podestà, “reo” di non aver impedito la raccolta di firme di Sara Giudice per le dimissioni della favorita del premier, Nicole Minetti: possiamo solo immaginare i criteri con cui il neo-nominato ha gestito le candidature in città.
Sempre a Milano, Letizia Moratti è stata pubblicamente costretta a passare sotto le forche caudine della riconciliazione con Roberto Lassini, quello dei manifesti sui giudici brigatisti, abbracciandone la moglie davanti a un pubblico plaudente: nell'harem non sono permessi atti di autonomia.
Il rimpasto di governo ieri ha premiato le “compiacenti” Catia Polidori e Daniela Melchiorre, con l'annuncio che il prossimo giro di valzer darà i resti a Matteo Brigandì, leghista, cui viene comunemente attribuito il “merito” di aver dato una sbirciatina al dossier del Csm sulla donna più odiata dal premier, Ilda Boccassini, finita alla berlina per un “bacio rubato” a un fidanzato (trent'anni fa).
Un sottosegretariato per il “castigatore” della femmina irriducibile: roba da fare impallidire i talebani.
Che idee delle donne hanno, questi?
Ma c'è un altro Paese occidentale in cui si fa propaganda elettorale con il busto nudo di una sesta misura (Movimento Veneto Stato) usato per simboleggiare l'abbondanza del sistema federalista?
Oppure con lo slogan “Scopiamo” (Giangi Marra)?
Oppure con la frase “Per cambiare chi le ha?” associata alla foto di due palle?
E dov'è che una parlamentare (Gabriella Carlucci), per ingraziarsi il Caro Leader, deve dire cose come: per i miei figli adolescenti Berlusconi è un mito “anche perché è super-potente da un punto di vista sessuale?”.
Gli slogan fallici di Umberto Bossi ormai sono il meno, perché l'esaltazione degli attributi del Capo è addirittura tollerabile se confrontata al fenomeno emergente della sistematica denigrazione della donna, che deve sottomettersi al gioco della corte: il picco simbolico di questo cambio di passo resterà la prima cena elettorale di questa campagna, dove a B. venne offerto dalla intera classe dirigente lombarda un uovo di Pasqua da cui spuntò una modella in abito sexy che suonava il violino (nella foto).
Mi raccontano che alcune dirigenti presenti conservano sui cellulari la foto di quel momento. Con orgoglio.
Le italiane sono matte a votare persone così?



Flavia Perina le chiama ancora garbatamente donne. Purtroppo in questo marasma di meschinità in cui siamo piombati, abbiamo dovuto prendere atto che in Italia ci sono anche le femmine, che come i maschi dello schieramento di destra, il cervello è naturalmente emigrato al centro. Inevitabile che queste votano i loro simili.

domenica 1 maggio 2011

Perbenismo Decadente





di Lidia Ravera


Un deputato, prima di accanirsi contro la Costituzione, si è sfogato con la moglie e l’ha spedita all’ospedale. Un capo di governo ha pagato le prestazioni sessuali di una minorenne e l’ha sottratta alla tutela cui aveva diritto. Un direttore di telegiornale, forse, ha procacciato quarti di carne fresca femminile per una clientela di anziani sessualmente incontinenti. Qualcuno ha qualcosa da dire? No, no, per carità… Se hai qualcosa da dire sei bigotto, bacchettone & liberticida.

La frase degli spiriti illuminati, che tutto comprendono e digeriscono, è questa: “Un uomo in casa sua (o in casa del suo indiretto superiore) può fare quello che vuole”. Variazione spericolata:“Basta che faccia bene il suo lavoro”, che magari è governare. E mettiamo pure che sia bravissimo a governare (sarebbe già un sollievo), siamo sicuri che possa fare quello che gli pare a casa sua? Che cos’è una casa? Uno spazio extraterritoriale, una zona franca, un paradiso morale in cui ogni regola è sospesa, ogni obbligo decade e nessuno paga per quello che fa (o non fa)? Una volta ci regnavano le donne, sul focolare (almeno lì, almeno a parole). Adesso la donna, nel chiuso delle sue stanze, torna a essere umile ancella. Dietro quella metafisica porta chiusa, quella che separa il privato dal pubblico, l’uomo è padrone. Può coprirti di ridicolo o di schiaffi, ma se tutto avviene lì, in tinello o nella tavernetta, magari nel corso dell’orgiastico riposino del guerriero, nessuno lo “può giudicare nemmeno tu”, come cantava Caterina Caselli, in un’altra era geologica.

È una conquista recente del nostro Paese, questa sanatoria del peggio, estesa a chiunque abbia abbastanza potere per scansare almeno un paio di comandamenti. Dio, evidentemente, è dalla loro parte. Noi laici, costretti a comportarci bene per mancanza di protezioni altolocate, continuiamo a fare i conti con la nostra coscienza. Come ai tempi in cui si gridava contro chi era “a sinistra in piazza, a destra nel letto”. E giù feroci lezioni di perfezione relazionale! Avessimo quattro soldi da parte varrebbe la pena di lanciare un’Opa sulla Famiglia per conquistare il primo fra i suoi “valori”: l’impunità domestica.

Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2011

giovedì 28 aprile 2011

Dal Circo... Italia


Sexygag e tuffi da rockstar un buffone sul set di Sgarbi


LA GUERRA? IL CAIMANO SI TRASFORMA IN “COREOGRAFO PER UNA NOTTE”
di Carlo Tecce



Martedì 26 aprile, giornata faticosa, nervosa e irritante. Un vertice lungo e umiliante con il presidente francese, ex amato ora odiato; una scalata in Borsa di Lactalis che stende il governo, ennesima lite con Giulio Tremonti; la bugia nazionale del nucleare e le bombe in Libia che accendono la Lega Nord.
Ma non immaginatevi un Berlusconi preoccupato. Salutato Sarkò, liquidato Bossi e ignorato il superministro dell’Economia, il presidente del Consiglio ha ricevuto un invito galante, anzi curioso. E corre con Vittorio Sgarbi, seguito da berline e blindati di scorta, verso gli studi Rai di via Tiburtina, periferia romana al confine con il centro. Lì dove il sindaco di Salemi, moderno Bernini, ordina a operai e maestranze di alzare statue ad altezza d'uomo oppure di creare effetti speciali.
In un cantiere promettente e ingarbugliato, a mezzanotte, Berlusconi libera la tensione e la rabbia francese, cerca l’ammirazione di ragazzi increduli, racconta le solite barzellette, sale sui ponteggi. E quando è in alto, a un metro e mezzo dal suolo, pervaso dallo spirito di una rockstar, chiama i suoi uomini e si lancia come Jimi Hendrix.
Scarica subito il complesso di Sarkò, castigato dentro per un giorno orrendo: “Gli ho detto che mi sembra un maniaco, va sempre con la stessa donna... ”.
E poi rinforza l'autostima: “Dio mi rimprovera che con me fa solo il vicepresidente”.
Nessuno ride.
Ma fa una riflessione seria per un secondo, mentre la serata diventa notte e si fa l'una in punto: “Sgarbi, questo programma a Mediaset non l'avresti fatto, costa troppo”, e indica la merce preziosa distesa sul pavimento, le luci, le quinte, il marmo vero o finto che sia.
E DICE IL GIUSTO: sette milioni di euro per cinque o sei puntate, più il contratto di un milione per il critico d'arte. Da settimane Vittorio Sgarbi monta e smonta il suo programma di Raiuno, che debutta il 2 maggio, che forse scivola al 18, che magari torna a settembre.
Non importa. Sgarbi ha milioni di idee e di euro che il Cavaliere può mettere in ordine, anche in onore di un conflitto di interessi plateale: l'autore di una trasmissione del servizio pubblico chiede una consulenza al proprietario dei rivali di Mediaset. Stavolta il sindaco di Salemi può vantare una consulenza di B. in trasferta; eppure, spesso, va lui con i collaboratori nella villa di Arcore. A domicilio. In quelle stanze cercò l'approvazione per Francesca Lancini – ex modella e ora giornalista, autrice del romanzo Senza tacchi, una scommessa di Elisabetta Sgarbi, sorella di Vittorio, direttore editoriale di Bompiani – come spalla nel suo programma.
Un bellissimo volto femminile, una ragazza di talento che detesta le passerelle su cui sfilava.
L’ex ministro gioca questa carta per convincere il Cavaliere che invece suggeriva Piero Chiambretti ed Elenoire Casalegno. A una casta cena di lavoro, con la tradizionale compagnia di Nicole Minetti, Barbara Faggioli e altre arcorine, ecco che B. conosce Francesca.
Forse al premier sarà piaciuta, ma la ragazza ha preferito mollare Sgarbi per continuare la sua carriera senza sprofondare in quel mondo che aveva rinnegato: “Non mi sento in grado di fare televisione, mi piace scrivere”.
Sgarbi s’infuria, e poi si consola con il suo collaboratore principale: il presidente del Consiglio.




Che baraccone da circo ci è piovuto al governo! Non manca nulla, grande abbondanza di fenomeni del suddetto.

venerdì 1 aprile 2011

Uso e Abuso


Fuoco amico su La Russa di

Luca Telese

Il giorno più lungo e più brutto per Ignazio La Russa. E non perché a chiedere le sue dimissioni – dopo il vaffa-show in parlamento - sia un “nemico” come Massimo D’Alema. E nemmeno perché Umberto Bossi ha detto con tono lapidale: “Doveva stare zitto”. E nemmeno perché una interrogazione su una attrice assunta con contratto di collaborazione alla Difesa lo costringa a rispondere su questa consulenza per così dire rosa.

No, quello che mette in difficoltà il ministro, giunti a 48 ore dalla bagarre a Montecitorio che lo ha visto come protagonista è che la polemica non accenna a spegnersi. E che lui si ritrova come bersaglio principale di un “fuoco amico” che non ha il suo epicentro tra gli alleati o tra gli avversari, ma che parte dalle fila dello stesso partito di cui è coordinatore, il Pdl. Quello che sconvolge La Russa e i suoi uomini è che il ministro della Difesa continua ad essere vittima di un fuoco amico. Ieri, attraversare il Transatlantico di Montecitorio era come solcare un campo di battaglia.


CAPANNELLI, dispute, echi di continue polemiche in Transatlantico, giornalisti stretti intorno ai deputati in uscita dall’Aula per capire cosa diavolo fosse accaduto nel cono d’ombra dell’irriferibile, nei corridoi che circondano l’emiciclo dove sono volate parole grosse. Uscendo dall’aula Giorgia Meloni scuote la testa: “Parliamoci chiaro… Tutto quello che sta accadendo non è originato dal discorso di Ignazio. Qualcuno sta giocando sporco perché vuole approfittare di questa polemica per colpirlo”. E quel qualcuno, su cui la Meloni glissa ha un nome e un cognome. L’uomo che si era distaccato dal Pdl, e che quando è tornato lo ha trovato avvolto nella infaticabile rete organizzativa tessuta da La Russa in tutta Italia si chiama Claudio Scajola. Se c’è una cosa che La Russa sa fare, infatti è muovere gli organigrammi promuovere le persone, fare squadra. Di più: la quota del 30% degli incarichi dirigenziali si è molto accresciuta, anche dopo l’uscita dei finiani, facendo perdere posizioni preminenti agli ex di Forza Italia. E così l’altro ieri Scajola era il suo accusatore più acerrimo. Al punto che ieri ha dovuto provare a recuperare, fermando un tentativo di raccolta di firme tra i parlamentari pidiellini per chiedere le sue dimissioni dall’incarico di coordinatore del Pdl e di ministro.


COSÌ L’AFFAIRE La Russa si sta rivelando un vero e proprio guaio per la maggioranza. Anche perché il caos in Aula delle ultime 24 ore ha portato allo slittamento del voto sul processo breve, cioè a quello che Berlusconi considera più vitale per se stesso. E ieri è arrivata la ciliegina sulla torta. Il ministro ha dovuto rispondere ad un’interrogazione caustica del deputato democratico Andrea Sarubbi sulle sue consulenze ministeriali : “Dal 10 marzo di quest’anno – scrive Sarubbi - la soubrette Hoara Borselli è stata assunta nella segreteria del ministro della Difesa La Russa come collaboratrice per i grandi eventi, con particolare riferimento alle manifestazioni del 150/o anniversario dell’Unità nazionale. Certo, sembra un affare: lo stipendio - 16.120 euro annui - non è degno del lungo curriculum della signora che annovera prestigiosi riconoscimenti, che iniziano con il premio Miss Malizia del '92, passano per varie comparsate nel cinema - Panarea, Per favore: strozzate la cicogna - ma soprattutto nel piccolo schermo con la partecipazione a CentoVetrine e Bagaglino, fino alla vittoria di Ballando con le Stelle. Qualche domanda, tuttavia, è lecito porsela”.

A sorpresa La Russa ha risposto con un comunicato ufficiale: “La signora Hoara Borselli, come risulta con totale e assoluta trasparenza dallo stesso sito del ministero della Difesa, è entrata a far parte degli uffici di diretta collaborazione del ministro (previsti per legge nel numero dei componenti e nelle relative retribuzioni) a partire dal 10 marzo scorso e già il giorno 17 ha presentato il concerto della fanfara del Comando artiglieria contraerei dell’Esercito in piazza di Spagna”. Forse un modo per dire che preferisce gli attacchi diretti al “fuoco amico”.


Sono talmente pieni di se stessi che non hanno un minimo di ritegno. Volgari e balordi, si circondano di donnacce e faccendieri come fosse la cosa più ovvia del mondo. Tavernieri sempre ubriachi, sicuri che nessuno potrà mai prenderli per il cravattino e buttarli fuori dal "locale". Hanno fatto dei valori di una Repubblica il lasciapassare per le loro nefandezze. Pazzesco!

giovedì 31 marzo 2011

Il Solito B...ullo...


Vada lui fuori dalle balle

di

Antonio Padellaro


Spesso si dimentica che Umberto Bossi è un ministro della Repubblica italiana. Un ministro delle Riforme che, di fronte all’inferno dei profughi ammassati a Lampedusa, dice “fuori dalle balle” che razza di ministro è?
E che razza di uomo è uno che pronuncia quelle parole su persone “costrette a dormire vicino alle loro feci, avvolte in coperte bagnate e teli di plastica” e a “bambini ospitati dietro il filo spinato” (Enrico Fierro sul Fatto di domenica)?

Hai attraversato il mare sopra un barcone sfondato? Fuori dalle balle. Il bambino che stavi per partorire muore? Fuori dalle balle. Non c’è abbastanza da mangiare per tutti? Fuori dalle balle. C’è il rischio di malattie? Fuori dalle balle.

Quali colpe storiche sta scontando il nostro Paese per dover subire l’onta di un ministro del genere? Qualcuno dice che non è giusto prendersela con un uomo che ha subìto un ictus, che forse non ci sta del tutto con la testa. Non è così. Bossi è un furbacchione che è riuscito a trasformare i suoni gutturali delle osterie lombarde in un’ideologia politica. L’ideologia del “fuori dalle balle”.

Soltanto l’infinito cinismo di Berlusconi poteva portare al governo gente simile. Soltanto l’infinita viltà può suggerire a qualcuno dell’opposizione (vedi Pd) di avviare, ancora in questi giorni, un “dialogo” con simili figuri. E soltanto l’infinita fiducia che abbiamo nelle istituzioni ci fa sognare il presidente Napolitano che dice a Bossi: fuori dalle balle.

mercoledì 23 marzo 2011

Lezione di Democrazia


Israele, 7 anni di galera all’ex premier
CONDANNATO KATZAV PER STUPRO: È SEMPRE STATO IN AULA. NETANYAHU: UN GRANDE GIORNO
di Roberta Zunini


Lacrime e giustizia per Israele. Ieri, al termine di un'udienza carica di tensione, il Tribunale di Tel Aviv ha condannato a 7 anni di carcere per stupro l'ex presidente della Repubblica, il sessantacinquenne Moshe Katzav, per violenza sessuale nei confronti di alcune collaboratrici mentre era ministro del turismo e poi presidente.
“È un giorno di orgoglio per il nostro sistema giudiziario” ha commentato il premier Benjamin Netanyahu, leader del partito conservatore Likud, da cui lo stesso Katzav proveniva. Il capo dello Stato Shimon Peres, eletto proprio dopo le dimissioni di Katzav nel 2007, ha aggiunto che “pur essendo un momento di vergogna e tristezza”, a causa dell'odiosità del reato e per il ruolo di alta responsabilità istituzionale di chi l'ha commesso, “è tuttavia il giorno in cui si è data prova che il nostro sistema giudiziario non ammette corsie preferenziali per i politici”. Ieri mattina Israele si è fermata per sapere ciò che i giudici avevano deliberato. Tutti i canali televisivi hanno interrotto la programmazione per trasmettere in diretta la sentenza di condanna dell'ex capo dello Stato.

L'AUDIENCE è stata altissima, segno che l'affaire Katzav ha interessato trasversalmente tutte le fasce della popolazione israeliana. Anche il partito di opposizione più importante, Kadima, ha espresso – attraverso una dichiarazione della sua leader Tzipi Livni – soddisfazione per la sentenza: “Il nostro sentimento non è certo di gioia nell'apprendere che un presidente della Repubblica andrà in carcere per stupro, ma siamo soddisfatti nel constatare che nessuno si può sottrarre alle legge”.
Nessuno, nemmeno il primo cittadino dello Stato può pensare di sfuggire al principio di uguaglianza di fronte alla legge. È la prima volta nel corso della sua storia, lunga più di mezzo secolo, che la giustizia israeliana si trova ad affrontare un caso così spinoso. Il Tribunale di Tel Aviv e di Gerusalemme in questi ultimi dieci anni hanno processato molti esponenti delle istituzioni: dai primi ministri Bibi Netanyahu, Ariel Sharon fino a Ehud Olmert. Ognuno di loro ha dovuto affrontare pesanti accuse di corruzione e distrazione di fondi pubblici. Olmert si dimise per difendersi nel processo, così come Moshe Katzav. Nemmeno coloro che non si sono dimessi, hanno mai pensato di utilizzare lo strumento dell'immunità, di far richiudere cioè per spirito corporativo le valve della conchiglia protettiva, in possesso alla casta politica, per difendersi dai processi: non ci sono politici in Israele che pretendono di camuffare da perle le proprie nefandezze.

TUTTI GLI UOMINI politici citati si sono sempre presentati in tribunale. Sbandierare il “legittimo” impedimento non è un atto contemplato sulla scena politica. I ministri corrotti finiscono davanti alla magistratura ordinaria, non hanno un tribunale per loro. Israele non è una terra dove i politici sono tutti duri e puri, specchiati. O dove i politici bevono solo latte e miele. Spesso devono ingoiare la bevanda amara della condanna perché la legge è uguale per tutti. E non che non provino a protestare o ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma in aula vanno e piangono. Come Moshe Katzav, che ascoltando la sentenza di condanna è scoppiato in lacrime, urlando che veniva condannato ingiustamente. Katzav ha sempre dichiarato di essere innocente. Secondo la difesa, la corte non è stata imparziale e non è stato permesso di portare nuovi testimoni a favore dell'ex presidente. Addirittura i figli di Katzav hanno accusato l'establishment israeliano di razzismo, sostenendo che i politici hanno voluto estromettere il padre perché ebreo sefardita. Tra poche settimane per Katzav si apriranno le porte del carcere. Il verdetto della Corte Suprema a Gerusalemme, a cui i suoi avvocati presenteranno appello, lo ascolterà da dietro le sbarre.

Lo schifo che c'è in Italia, dove ogni reato commesso da un politico è seguito da una legge, concordata all'unanimità, che lo salva dalle accuse e lo tiene lontano dal carcere.
Hanno la sfacciataggine di accusare i Giudici come "attentatori" della stabilità della democrazia.

sabato 5 marzo 2011

Two is... peggio che... one!


IL CAVALIERE E IL COLONNELLO: CHE EMPATIA


di Bruno Tinti



A me piacciono molto le automobili. Qualche tempo fa ne ho trovata una fantastica e ho deciso di comprarla. Il venditore era un uomo volgare, arrogante e stupido. E così, dopo un po’, ho deciso che non avevo nessuna voglia di dargli i miei soldi; ne avrei trovata un’altra. Certo che, si fosse trattato di un’automobile necessaria e avesse avuto un prezzo assai conveniente, avrei inghiottito il fastidio.
Questa storia mi è venuta in mente adesso che nessuno può negare che Gheddafi era quello che molti dicevano: un tiranno stupido e sanguinario, arrogante e volgare, prepotente e maleducato.
Il problema è che da lui dovevamo comprare petrolio (dovevamo? Non lo so, forse sì); e, sembra, potevamo fare con lui altri affari vantaggiosi. Sicché, ho pensato, è comprensibile che B. gli abbia stretto la mano (speriamo se la sia lavata subito dopo) e lo abbia trattato come un capo di Stato in visita; nonostante tutto, questo era Gheddafi. È anche comprensibile che sia stato necessario adeguarsi alla sua puerile personalità e accettare il circo equestre (letteralmente) che ha accompagnato ogni sua visita: gli affari non basta concluderli, bisogna mantenerli. Ne consegue che non vi sarebbe ragione di rimproverare a B. la tolleranza nei confronti della fotografia di non so quale martire libico ucciso dai fascisti, il bacio dell’anello, il ridicolo cerimoniale, la pubblicizzata conversione (a pagamento) di 500 ragazze. Pecunia non olet, turiamoci il naso e prendiamoci il petrolio: in fondo gli europei hanno una lunga tradizione di rapporti commerciali con selvaggi che scambiavano oro con specchietti e palline colorate. Anche se credo che Gheddafi fosse un po’ più furbo.
Il problema sta nel fatto che tutto lascia pensare che B. tutto questo lo abbia fatto volentieri; che le smargiassate di Gheddafi gli siano riuscite familiari; che insomma i fraterni rapporti tra i due grandi capi di Stato accucciati sotto la tenda berbera non siano stati il consueto slogan pubblicitario di chi è costretto a fare affari con un selvaggio; e che, invece, B. avesse proprio trovato la sua anima gemella, magari anche più gemella di Putin.
Per questo ci hanno messo tanto, lui e i suoi C, a buttarlo a mare; e magari non lo hanno fatto nemmeno tanto bene. Perché in fondo un po’ d’imbarazzo a dare il ben servito a un compagno di merende è inevitabile.
Ora sento dire che, in questo periodo di crisi mediterranea, non si deve utilizzare la caduta di Gheddafi per mettere in difficoltà B.; e mi incazzo parecchio.
Se a Gheddafi è riuscito di ammazzare tanta gente e di tenere la Libia ferma al medioevo per tanto tempo, la colpa è di gente come B.; anzi, siccome, fortunatamente, di gente come B. non ce n’è tanta ed è confinata in paesi che con la Libia non hanno avuto niente a che fare, si può dire che è quasi tutta colpa sua.
Fuor di metafora, una legittimazione così sfacciata e tanto ingiustificata nessun capo di Stato degno di questo nome avrebbe dovuto regalargliela.
Per molto tempo il Sudafrica dell’apartheid è stato escluso dalle competizioni sportive; e i capi di Stato cercavano di contaminarsi il meno possibile.
Capisco che B. ed etica sono un ossimoro: ma un minimo di cultura storica un premier dovrebbe averla.


Ma saranno figli allo stesso padre? Sono brutti allo stesso modo... mi sorge un dubbio.
Certo che l'amore di B. per i dittatori è un elemento da non sottovalutare nell'enigma!

mercoledì 22 dicembre 2010

Come l'Aglio per Vampiri


di

Marco Travaglio



Massima gratitudine ai noti statisti Alfano, Maroni, La Russa, Mantovano e Gasparri per avere spiegato agli studenti anti-Gelmini che cosa il governo si aspetta dalla loro manifestazione di martedì: il sangue. Il regime ha bisogno di violenze e feriti (e se ci scappa il morto, pazienza), per portare a termine il suo disegno incostituzionale sull’Italia. Il mercato dei deputati è bastato per la striminzita fiducia del 14 dicembre, ma per conservare le poltrone e approvare le leggi vergogna ancora in cantiere (tra cui la Gelmini) ci vuol altro. Bisogna costringere l’Udc a rimpiazzare Fli, restituendo al governo quella maggioranza di 50-60 deputati necessaria a rimetterlo in sicurezza a Montecitorio.

Il Vaticano si sta molto prodigando in tal senso, ma occorre un 11 settembre all’italiana per simulare un clima da emergenza democratica che aiuti B. a gabellare per interessi nazionali i suoi affaracci penali, a farsi scudo delle istituzioni in pericolo per perpetuare la sua voglia d’impunità. Il nemico è alle porte, stringiamoci a coorte. Per questo la banda soffia sul fuoco con proposte impraticabili: vietare le piazze a persone incensurate con provvedimenti da stadio, minacciare i tribunali per cambiare le sentenze a proprio uso e consumo, arrestare preventivamente qualcuno perché Gasparri pensa che potrebbe commettere reati, cazzate così. Roba che una persona normale si vergognerebbe non dico di enunciarla, ma pure di pensarla. Però utilissima a soffiare sul fuoco, nella speranza che domani si scateni il caos, magari con l’aiuto di qualche reduce di quella manovalanza della violenza da sempre pronta a “destabilizzare per stabilizzare”.

Ora, grazie a Gasparri & C., chi domani sarà in piazza (speriamo tanti) sa cosa si attende da lui il regime: che sfasci tutto, crani, ossa, bancomat, automobili. La violenza è l’ultima speranza di un governo disperato. Chi gli farà questo regalo sa fin d’ora che non solo la porcata Gelmini, ma altre e ancor peggiori porcate verranno grazie a quella violenza. Chi invece vuole contrastare il regime sa quel che deve fare: il contrario di quel che si aspetta il regime. Una manifestazione oceanica e pacifica, addirittura beffarda nella sua imperturbabile legalità. Un corteo dove non solo non si lancia nulla, ma magari si raccattano cicche e cartacce per gettarle nel più vicino cassonetto. L’ideale sono migliaia di giovani che sventolano la Costituzione in faccia a chi la calpesta.

Per questo domani Il Fatto sarà avvolto da un inserto con i principi fondamentali della nostra democrazia. Pensate che smacco, per i tifosi della guerra, vedere gli studenti sbandierare non il libretto rosso di Mao, ma la Carta costituzionale: come l’aglio per i vampiri, la corda per l’impiccato. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. “Tutti i cittadini… sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, di religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali”. “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca”. “L’Italia ripudia la guerra…”. “Ogni cittadino può circolare… liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale” senza “nessuna restrizione per ragioni politiche”. “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente…” e “di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…”. “La responsabilità penale è personale…”. “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, sì alle scuole private ma “senza oneri per lo Stato”. “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione… sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”. “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale… e la dignità umana”. “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. “Vietata… la riorganizzazione del disciolto partito fascista”. Questa è la vera rivoluzione.

Da Il Fatto Quotidiano del 21 dicembre 2010

Incrociamo le dita e speriamo che a nessun ragazzo capiti nulla!

martedì 2 novembre 2010

Il dio bifronte



di
Antonio Pedellaro


Se non l’ha già letto c’è un libro che consigliamo a Gianfranco Fini. S’intitola Anatomia di un istante, lo ha scritto Javier Cercas e racconta il tentativo di colpo di Stato in Spagna del febbraio 1981 che ebbe come protagonista il famoso colonnello Tejero.
Ma al di là della vicenda drammatica e ricostruita in modo appassionante, c’è un passaggio che potrebbe far riflettere il presidente della Camera in un momento cruciale per il futuro del Paese.
Citando il filosofo Enzensberger, l’autore ricorda che accanto all’eroe classico del trionfo e della conquista, c’è un eroe moderno, “che è l’eroe della rinuncia, incline a contenersi e a smantellare”.
Il primo “raggiunge l’apoteosi imponendo le proprie posizioni; il secondo abbandonandole e facendosi da parte”.
Tra gli esempi di questo eroe della ritirata, che non è soltanto politico ma anche morale, Cercas cita Gorbaciov che smantellò l’Urss, il generale Jaruzelski che scongiurò l’invasione sovietica della Polonia e il premier spagnolo Suarez, allevato dal franchismo, che nei fatti narrati assume un ruolo che sarà decisivo per la neonata democrazia spagnola.
Non sembri eccessiva l’analogia tra eventi di enorme portata storica guidati da personaggi di una grandezza tragica e il fango italiano. Ma c’è un paese, il nostro, che in questa melma sta velocemente sprofondando insieme al numero infinito di cose belle e giuste che esso contiene.
Un paese che avrebbe bisogno di un governo autorevole e capace e che, invece, assiste impotente al degradarsi della funzione pubblica ridotta a bordello. E tuttavia c’è un uomo che avrebbe il potere di impedire il disastro finale. È l’unico in grado di farlo perché l’opposizione da sola non ha i voti sufficienti.
Quest’uomo per un quindicennio ha condiviso e sostenuto un sistema di potere creato a immagine e somiglianza del capo supremo. In cambio ha ricevuto onori e incarichi. Finché si è ribellato pagando con la sua famiglia un prezzo salatissimo. È stato cacciato dal partito che aveva contribuito a fondare. È finito nel tritacarne dei dossier ma è rimasto in piedi.
Ora, la sua lunga ritirata da un mondo in decomposizione ha bisogno di un gesto finale. Che sarebbe di giustizia e di amore nei confronti di un paese che non merita altra ignominia.
Onorevole Fini non esiti, non s’impantani nei piccoli giochi politicanti, non rimandi ciò che non può più attendere.
Sia all’altezza del compito che si è dato. Stacchi la spina.

Siamo al grottesco, neanche la mente del regista più contorto sarebbe stata mai capace di elaborare una scenografia tanto squallida!

venerdì 20 agosto 2010

I Lost dei cortigiani del re


Signornò, da L'Espresso in edicola
Ci vorrebbe il candore di un bambino, come nella fiaba del re nudo, per strillare: “Che ce ne frega dell’alloggio di 65 metri quadri a Montecarlo venduto da An e abitato dal fratello della compagna di Fini?”.
Non ce ne frega niente perché riguarda una bega privata tra gli eredi della contessa Annamaria Colleoni che lo donò ad An che lo vendette a due off-shore che lo affittarono a Giancarlo Tulliani (da privato a privato a privato a privato). Perchè non investe un solo euro di denaro pubblico. E perchè a menarne scandalo sono il partito e i giornali di un tizio, incidentalmente presidente del Consiglio, indagato per aver minacciato un’organismo pubblico (l’Agcom) affinchè chiudesse trasmissioni a lui sgradite e imputato per gravissimi reati contro l’interesse pubblico: corruzione giudiziaria di un testimone, frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita. L’unico pallido motivo d’interesse pubblico nel “caso Fini” è l’accusa, mossa ai vertici di An, di aver tradito le ultime volontà della contessa Colleoni, che aveva lasciato i suoi beni (compreso un gatto) al partito per sostenerne “la buona battaglia”.
La vicenda ricorda, per sommi capi, quella del Bosco di Gioia, la rara e antica area verde sopravvissuta nel Parco Sempione alla cementificazione di Milano e donata nel 1964 da una nobildonna, Giuditta Sommaruga, all’Ospedale Maggiore. Ma a una condizione: che “non venga venduta né data in affitto, ma sia mantenuta fra le proprietà dell'Ospedale Maggiore, non solo ma venga bensì destinata ed adibita a scopi ospitalieri… per lenire le sofferenze dell'umanità”. L’ospedale pubblico, poi divenuto Niguarda, accettò l’eredità, ma poi tradì le ultime volontà della donatrice vendendo i terreni nel 1983 con la complicità della Regione Lombardia. Che in seguito decise di costruirvi un grattacielo di 160 metri, una cosina sobria da 400 milioni destinata a ospitare la sua nuova sede: una moderna piramide non di Cheope, ma di Roberto Formigoni, a imperitura memoria del Celeste governatore del Pdl. Così, per non disturbare il capolavoro, vennero rase al suolo le 200 piante del Bosco di Gioia, 12 mila metri quadri di area verde.
Contro lo scempio ambientale insorsero 15.500 abitanti del quartiere e vari comitati spontanei animati da Verdi, Milly Moratti, Dario Fo, Beppe Grillo e Rocco Tanica (il tastierista del gruppo Elio e le storie tese che ha dedicato al fattaccio la canzone- invettiva Parco Sempione). Ma fu tutto inutile.Oggi al posto degli alberi c’è un gigantesco cantiere, l’ennesima colata di cemento. Ma nessuno, a parte Report, ha mai denunciato lo scandalo su scala nazionale.
Forse perché questo, diversamente dall’eredità Colleoni, riguarda denari, poteri, enti e interessi pubblici. O forse perché Formigoni è amico di Berlusconi. O forse perché gli alberi non posseggono tv né giornali. O forse perché non c’è di mezzo Fini. O forse per tutti questi motivi insieme.

domenica 1 agosto 2010

Pericoloso Anagramma!!



di Paolo Flores d’Arcais
“L’accordo tra le maggiori formazioni politiche, con l’esclusione dell’Italia dei valori, per l’elezione di Michele Vietti al Consiglio superiore della magistratura rappresenta una pagina di buona politica, piuttosto rara di questi tempi e quindi ancora più apprezzabile”. Il merito va a “Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani” che hanno respinto le “pressioni che volevano indurli a pretendere una soluzione estremistica”. E’ Giuliano Ferrara che scrive, anzi che gongola. Ne ha ben donde. L’inciucio consumato ieri dal Pd, che porterà Vietti alla vicepresidenza del Csm, supera in gravità perfino le nefandezze della bicamerale. Ieri, infatti, i Bersani e i Veltroni, i Franceschini e i D’Alema, hanno consegnato nelle mani del regime l’organo di auto-governo dei magistrati.
CON QUESTA logica, ben presto accadrà la stessa cosa per la Corte Costituzionale, visto che il presidente del Tribunale del riesame di Roma, nell’ordinanza con cui conferma la custodia cautelare per la P3, sottolinea la “ingerenza [che] venne esercitata su almeno 6 giudici costituzionali”, i quali “anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”. Ne bastano altri due di analoga tempra e la foia totalitaria del ducetto di Arcore non avrà più argini che ne impediscano il compiuto appagamento.
Vietti è stato al governo sotto Berlusconi due volte. Un habitué, dunque. Da integerrimo “paladino della legalità” ha sguainato la durlindana per depenalizzare il falso in bilancio, permettendo al suo “sovrano” di non finire in galera. Berlusconi il reato lo aveva commesso, hanno stabilito i giudici, solo che nel frattempo – grazie a Vietti - non era più un reato. Vietti è perciò l’uomo giusto al posto giusto, se si vuole un Csm ancora peggiore di quello dell’era Mancino. Nella quale, lo sappiamo grazie alle intercettazioni, sono accaduti inqualificabili episodi che hanno infangato l’immagine della magistratura, e spinto il presidente della Repubblica a parlare di “squallore”.
IL NUOVO Csm dovrebbe “fare pulizia”. Sarà grasso che cola se non peggiorerà la rotta. Perché, come assicura Giuliano Ferrara fregandosi le mani, Vietti “ha sempre dimostrato saggezza ed equilibrio, doti che gli saranno utilissime quando dovrà cercare di contenere e se possibile far regredire gli antagonismi che hanno reso finora impossibile un dialogo costruttivo tra mondo giudiziario e politica”. Tradotto: quando si tratterà di far piegare la magistratura ai diktat del Caimano.
Dopo questa scelta, tanto varrebbe che il Pd cambiasse nome in PdV: Partito della Vergogna.



Anagramma : PD-PDL

Pericoloso Dominio Per Diabolico Lucifero

che

Preleva Dal Popolo Denaro Liberamente

e
Proibisce Drasticamente Pensieri Di Liberali

Tutto ciò che vorrei è che questo mio anagramma diventasse cartelloni pubblicitari sparsi in ogni dove d'Italia, se non lo si capisce adesso, non avremo più storia.. diventa un dato di fatto!!