"Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada. Dategli dei soldi perche' acceleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell'uomo. Non vogliamo morire con nessuno ch'abbia paura di morir con NOi!"
Enrico V-William Shakespeare
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sabato 22 gennaio 2011

DONNE FIRMATE



LA TUA FRASE
PER DIRE "ORA BASTA"
COMMENTA E FIRMA ANCHE TU

Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».
Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.
Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.
La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.
Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? - per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.
Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.
Fonte: l'UNITA"

giovedì 20 agosto 2009

Donna

La dirigente ha denunciato tutto ai magistrati, ora vive sotto scorta.

L’eroina che sventò la truffa all’Inps

Mogli, cognati, sorelle, fratelli, cugini, parenti e amici di uomini di rispetto si spacciavano per braccianti agricoli senza esserlo

C’ è una piccola grande donna da proteggere, in Calabria. Una donna che sta rischiando grosso per aver fatto un gesto che da qualunque altra parte del mondo occidentale, da Helsinki a Vancouver, è ovvio e normale: ha passato ai giudici i documenti d'una truffa all'Inps. Truffa che per anni aveva fatto scrosciare acquazzoni di denaro su mogli, cognati, sorelle, fratelli, cugini, parenti e amici di uomini di rispetto che si spacciavano, senza esserlo, per «braccianti agricoli».

La signora, eroina suo malgrado in un pa­ese dove la semplice osservanza delle leggi può richiedere un coraggio straordinario (come quello che costò la vita a Giovanni Bonsignore, un funzionario regionale sici­liano reo di avere denunciato la truffa di una cooperativa) si chiama Maria Giovan­na Cassiano, è la dirigente della sede Inps di Rossano, sulla costa dello Jonio in provin­cia di Cosenza e da due mesi vive sotto scor­ta dopo essere stata pesantemente minac­ciata.

Non è una testa di cuoio, non è uno spe­cialista scelto dei carabinieri, non è un poli­ziotto delle squadre spe­ciali, non è un magistrato d’assalto in guerra con la mafia. È solo una funzio­naria di medio livello di un ente pubblico come l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale che ha fatto quanto le era stato chiesto da Roma: control­lare come mai nell’area della Sibaritide ci fossero così tanti braccianti agri­coli e come mai risultasse­ro così tante giornate di malattia e maternità e in­dennità di disoccupazione. Una procedura standard, in questi casi.

Prova ne sia che ieri le agenzie davano la notizia di un’altra indagine, per molti versi simile in provincia di Taranto, dove la Guar­dia di Finanza ha denunciato 363 persone per una truffa organizzata da un’azienda agricola che dal 2003 al 2007 avrebbe simu­lato una gran quantità di false assunzioni di braccianti agricoli fregando all’Inps, in in­dennità previdenziali e assistenziali varie, almeno un milione e 200mila euro.

L’inchiesta di Rossano condotta su dispo­sizione della magistratura dai finanzieri del capitano Giovanni D’Acunto, per quanto sia soltanto agli inizi, ha già sollevato il co­perchio su qualcosa di più profondo, di più malato, di più pericoloso di tante truffe tra­dizionali. Dietro alle tre cooperative sma­scherate fino ad oggi, la «San Francesco», la «Eurosibaris» e la «Meridionale» (altre so­no passate al setaccio in questi giorni) c’era infatti l’ombra, attraverso prestanome o ad­dirittura persone che sarebbero risultate del tutto ignare di essere state usate come copertura, di tre famiglie legate a uomini della ’ndrangheta. Uomini che, come dice­vamo, avrebbero arrotondato gli incassi di altri affari più o meno illeciti distribuendo La nei dintorni (mogli, fratelli, cognati, paren­ti...) la qualifica (e le prebende) di «brac­ciante agricolo».

Nella maggioranza dei casi, da quanto è emerso, era tutto falso. Falsi i poderi dove i falsi braccianti figuravano aver lavorato, fal­se le coltivazioni dove sarebbero stati impe­gnati, falsi i certificati catastali, false le pla­nimetrie e i timbri e tutti ma proprio tutti i documenti dei vari uffici. E quando un cam­po di pomodori o di meloni da raccogliere c’era sul serio, raccontano gli investigatori, le cooperative ci mandavano non quei lavo­ratori che risultavano all’Inps (poveretti, che scomodità...) ma immigrati pagati in nero e senza alcuna tutela previdenziale e sindacale.

Un quadro pazzesco. Concepito dagli or­ganizzatori nella convinzione della totale impunità. Un quadro nel quale spiccano sto­rie, nella loro perversione, assolutamente fantastiche. Come quella di una cooperati­va che nel giro di un solo anno avrebbe ra­strellato un monte salari di un milione e ot­tocentomila euro circa senza essere in gra­do di esibire un solo documento contabile. «Che storia è questa?», hanno chiesto al pre­sidente. E quello: «Ho sempre fatto tutto coi contanti».

Quanto siano riusciti a sottrarre all’Inps tutti quei falsi braccianti, che dopo aver fin­to di avere lavorato per un certo periodo si spacciavano per «cinquantunisti» (51 gior­ni l’anno di lavoro), «centunisti» (101 gior­ni) o «centocinquantunisti» (151) chieden­do quindi indennità varie di malattia, disoc­cupazione e maternità, non si sa ancora. In un solo anno, ha scritto il direttore del Quo­tidiano di Calabria Matteo Cosenza denun­ciando i tormenti di Maria Giovanna Cassia­no, si parla di «circa centomila certificati di malattia», di migliaia di persone coinvolte e di «somme stratosferiche per l’Inps: me­diamente 4-5 milioni di euro a cooperati­va » .

Domanda: può una situazione del genere gonfiarsi per anni e anni senza una qualche accondiscendenza di troppa gente che sape­va e faceva finta di non sapere? È dura da credere. Tanto più che esattamente lo stes­so scandalo era scoppiato non molti anni fa nell’area di Gioia Tauro. Dove i magistrati, interrogandosi su «come mai la Calabria ha un ventottesimo della popolazione italiana ma un bracciante stagionale su sette?» sco­prirono che «nove braccianti agricoli su die­ci » erano fasulli: motociclisti con Honda co­stosissime, mamme incinte al nono mese, detenuti che figuravano al lavoro mentre erano in cella, studentesse con le unghie laccate e i tacchi a spillo. Tutti «raccoglitori di olive» in uliveti che figuravano catastal­mente piantati perfino sulle banchine e nel­l’acqua del porto di Gioia.

Eppure, pare impossibile, contro la deci­sione dell’Inps di non sganciare più un eu­ro a tutti i soci delle cooperative taroccate fino alla chiusura delle indagini sono scoppiati nella Sibaritide focolai di rivol­ta. Le minacce che abbiamo detto alla si­gnora Cassiano. Un tentativo di blocca­re la festa patronale di Maria Santissi­ma Archiropita. Due blocchi, a fine lu­glio e poi di nuovo l’altro pomeriggio, dalle 12 alle 20.30, con ingorghi giganteschi e tu­risti inveleniti, della statale E 90 che costeg­gia lo Jonio da Taranto a Reggio.

Peggio, la rivolta è cavalcata da un pezzo del mondo politico. Porta voti, cavalcare queste ribellioni. Per informazioni, chiedete ad Antonio Caravetta, l’uomo forte dell’Udc. Consigliere comunale a Corigliano e record­man di preferenze in zona alle ultime pro­vinciali. Da sempre punto di riferimento dei «braccianti». Com’è scoppiato il casino, ha subito emesso un comunicato: «L’arrogan­za e l’insensibilità nei confronti dei tanti la­voratori agricoli della Piana di Sibari
Gian Antonio Stella
19 agosto 2009

Fonte Corriere della Sera

La disonestà è un male incurabile.

mercoledì 19 agosto 2009

Donne: Nadia Concita Lidia

Nadia, Concita e Lidia lanciano un grido: "Donne, ribelliamoci!"

Da La Repubblica 6 agosto 2009

“Quando l’individualismo distrugge la società”
di Nadia Urbinati

La reazione che si sta (per fortuna) alzando giorno dopo giorno contro le abitudini private e pubbliche del nostro premier mostra, ha scritto ieri Michela Marzano su Repubblica, un´Italia «individualista, materialista e machista che ha vergogna quando si guarda allo specchio».

La confusione della cultura dei diritti con un individualismo antisociale – quello che si riconosce nella massima del “me ne frego” – è uno degli aspetti di questo smarrimento. La rappresentazione della nostra società come di un mercato cinico nel quale si scambiano diritti con soldi, sesso con potere, si interseca con quella di una società che pare non avere più un centro di forze etiche capaci di unire i cittadini come una forza di gravità invisibile: il rispetto per gli altri; la solidarietà, l´eguaglianza di cittadinanza.

Senza queste forze etiche, la libertà che i diritti liberali garantiscono e proteggono può trovarsi di fronte a due rischi: essere sentita come poca cosa dai molti, poiché avere diritti significa anche poter vivere il proprio quotidiano sicuri senza accorgersi di essi; e diventare un privilegio di chi sfrutta a proprio vantaggio le potenzialità offerte dalla società liberale facendo dei diritti uno strumento di affermazione contro gli altri. Entrambi questi rischi – il primo di apatia e il secondo di individualismo anti-sociale – sono il segno di una disposizione che la cultura liberale dei diritti può stimolare, ma anche di un´erosione del sentimento di eguaglianza, la condizione senza la quale i diritti si possono tramutare in privilegi antisociali.

Nella tradizione liberale che si è affermata dopo la Seconda guerra mondiale, l´eguaglianza non ha avuto un peso significativo, anzi, per alcuni importanti pensatori come Isaiah Berlin l´eguaglianza è stata intesa come un valore di disturbo e perfino un pericolo per la libertà – va dato merito a Norberto Bobbio di essersi sempre distinto da questa lettura «negativista» dei diritti individuali e aver insistito sulla funzione di libertà giocata dall´eguaglianza. È proprio questo pensiero di Bobbio che andrebbe oggi ripreso: non per mettere in ombra il liberalismo e i diritti, ma per legarli più fortemente alla democrazia.

Gli anni Sessanta hanno inaugurato la stagione dei diritti civili consentendo a milioni di donne e di uomini delle società occidentali di liberare le loro vite individuali dai lacci di una cultura autoritaria e gerarchica, di storiche e recalcitranti disuguaglianze. A quei diritti non si può rinunciare – non solo, essi vanno difesi dai permanenti tentativi di ridurli, abbatterli o decurtarli come avviene oggi con quelli relativi alla vita, dalla procreazione alla morte, dalla maternità alla salute.

Tuttavia, la cultura dei diritti ha prodotto anche il seguente paradosso: ha liberato gli individui dai lacci sociali autoritari ma non ha dato loro nuovi vincoli, quella sorta di colla etica capace di tenere insieme una società di individui liberi e autonomi. Per riprendere Alexis de Tocqueville, mentre ha umanizzato la società e la politica, la cultura dei diritti ha prodotto individui dissociati e isolati, con il risultato di renderli anche più esposti alle disuguaglianze economiche e al potere delle maggioranze, politiche e di opinione. Il populismo che stiamo esperimentando in Italia è anche l´esito del paradosso di una società individualista liberale nella quale la dimensione privata (intesa per giunta come la sfera dove “tutto è lecito”) ha preso il posto più alto nella gerarchia dei valori, facendosi passaporto per acquistare favore e potere, non importa con quali mezzi. Come riscattare l´individuo dal degrado di questo individualismo che il declino della politica ha esacerbato?

Dei due partner – liberalismo e democrazia – di cui si compone il nostro ordine costituzionale, è venuto il tempo di volgere l´attenzione al secondo, il più politico dei due. Ma la debolezza della nostra concezione della democrazia non ci aiuta, poiché di questo sistema noi abbiamo ancora una visione sostanzialmente negativa – come del migliore tra i peggiori governi, per dirla con Churchill, o come un sistema elettorale per la selezione della classe politica; questa è stata la visione che ne ebbero i liberali che combatterono e vinsero contro i totalitarismi del XX secolo.

Ma ora, nelle nostre democrazie consolidate, è proprio questa visione negativa e minimalista della democrazia che ci può essere di ostacolo, perché abbiamo bisogno di recuperare la forza etica della dignità della persona e della partecipazione politica che sono alla base della democrazia; infine di riscattare la politica dall´impero tirannico del privatismo individualistico. E ne abbiamo bisogno per recuperare i due valori fondanti della democrazia, la cittadinanza e l´eguaglianza. Della prima abbiamo bisogno perché l´erosione delle istituzioni politiche e del ruolo della partecipazione è facilmente strumentalizzabile da chi ha più presenza politica e più strumenti per formare il consenso; della seconda abbiamo bisogno perché è sotto gli occhi di tutti l´attacco sistematico all´eguaglianza, con l´indebolimento dei diritti sociali, della scuola pubblica, della stessa idea della ridistribuzione come volano di solidarietà (l´esempio più macroscopico viene dal modo egoistico con il quale è stato pensato il federalismo nel nostro paese, come una sorta di secessione dalla responsabilità collettiva di condividere insieme fortuna e sfortuna). Sia la cittadinanza che eguaglianza meritano la nostra attenzione oggi; non per ridimensionare la cultura dei diritti, ma per rafforzarla reinterpretandola all´interno di una cornice politica, non soltanto morale e giuridica (appunto individualista).

La democrazia è una ricca cultura dell´individualità morale e cooperativa, non solo una tecnica di selezione delle élite o un sistema procedurale per giungere a decisioni pubbliche. L´individuo democratico è simile ma non identico a quello liberale perché non è un essere puramente razionale che sceglie fra opzioni diverse, ma una persona emotivamente disposta verso gli altri per le ragioni più diverse, come la curiosità, la volontà imitativa, il piacere di sperimentare. Queste qualità, che possono produrre anche spiacevoli effetti (come l´adesione acritica alla cultura di massa o l´accettazione dell´opinione della maggioranza), hanno però un lato positivo che è importante sottolineare ed esaltare: rendono l´individuo naturalmente disposto verso gli altri, un cooperatore, e anche una persona capace di sentire vicinanza simpatetica con i diversi e di identificarsi con chi è nel bisogno; infine di sentire vicinanza con tutti gli esseri umani (anche con chi non è membro della comunità nazionale, con importanti implicazioni universaliste e antirazziste), un carattere che è essenziale per dare senso e valore all´eguaglianza. L´azione politica può spingere l´individuo democratico nell´una o nell´altra direzione. La destra populista che domina oggi la scena italiana è stata capace di usare a proprio vantaggio i caratteri dell´individuo democratico, mettendo in luce la sua parte più volgare, massificante e apatica. Spetta alla cultura democratica non populista ma popolare, riuscire a rovesciare questa tendenza.

Fonte Corriere della Sera

Fernanda Pivano


LUTTO NEL MONDO DELLA CULTURA

Addio a Fernanda Pivano,
voce italiana della nuova America

Con le sue traduzioni ci ha fatto conoscere gli autori americani del '900, da Edgar Lee Masters a Hemingway, dalla «beat generation» a Dylan. Aveva 92 anni

MILANO - È morta all'età di 92 anni la scrittrice e giornalista Fernanda Pivano. A lei, nata a Genova nel 1917 ma trasferitasi presto a Torino con la famiglia, si deve la conoscenza in Italia dei grandi autori della letteratura americana. Da Edgar Lee Masters a Hemingway, dai poeti e gli scrittori della «beat generation» a Bob Dylan, i più grandi e rappresentativi autori della nuova America sono stati portati ai lettori italiani dalla sua capacità di interpretare, capire, raccontare e descrivere un mondo ancora sconosciuto al pubblico italiano. Di quasi tutti questi autori, Fernanda Pivano è diventata amica e confidente, riuscendo a trasferire nelle versioni italiane delle loro opere, lo spirito più vicino possibile a quello dell'originale. Scrittrice e anche giornalista, è stata a lungo collaboratrice del Corriere della Sera, cui ha regalato interventi e scritti di grande. Il suo ultimo testo scritto per il Corriere in occasione del suo 92 esimo compleanno, il 18 luglio scorso, era una nostalgica ma anche serena riflessione sulla vecchiaia con tanti ricordi degli scrittori conosciuti nella sua vita. La Pivano si è spenta martedì sera in una clinica privata di Milano, dove era ricoverata da tempo. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova. «È stata una protagonista della cultura italiana» ha scritto il capo dello Stato Giorgio Napolitano in un messaggio di cordoglio alla famiglia.

DALL'ANTOLOGIA DI SPOON RIVER AL PRIMO VIAGGIO NEGLI STATES - La prima parziale traduzione della Pivano della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters (per Einaudi) risale al 1943. Cinque anni dopo l'incontro a Cortina con Ernest Hemingway, cui la Pivano resterà legata a vita da un rapporto umano e professionale a un tempo. Negli anni seguenti infatti la scrittrice curerà la traduzione dell'intera opera di Hemingway, intensificando l'amicizia con lo scrittore americano. Nel 1949 sposa Ettore Sottsass jr, autore delle foto più belle di tanti viaggi indimenticabili e incontri con gli scrittori beat Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Neal Cassidy. Ciò che nella letteratura americana la attrae di più, rispetto a quella europea, è la «vecchia, tradizionale differenza fra letteratura pragmatistica e letteratura accademica, fra i fatti della vita e una letteratura libresca basata su indagini psicologiche». Così diceva: «Mi hanno attaccata per non aver mai valutato i libri, ma io mi sono limitata ad amarli, non a valutarli: questo lavoro lo lascio ai professori». Nei sei anni che vanno dal 1949 al 1954 la Pivano si dedica alla traduzione dei principali libri di Francis Scott Fitzgerald (da Tenera è la notte a Il grande Gatsby). Il 1956 è l'anno del primo viaggio negli States.

Ascolta Fernanda Pivano su pace, guerra e De Andrè

BOB DYLAN E CHARLES BUKOWSKI - Non solo letteratura,però. La Pivano infatti, che nel 1959 scrive la prefazione a «Sulla strada» di Jack Kerouac, cura nel 1972 l'introduzione alla prima raccolta di testi e traduzioni italiane di Bob Dylan «Blues ballate e canzoni». All'inizio degli anni Ottanta esce la sua intervista a Charles Bukowski (Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle). La lista degli scrittori americani contemporanei che abbiamo imparato a conoscere grazie al suo contributo è lunga: ci sono gli autori del "dissenso negro", come Richard Wright, e quelli del dissenso non violento degli anni Sessanta (Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti) fino a giovani autori come Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Chuck Palahniuk e Jonathan Safran Foer, passando appunto da Charles Bukowski e senza dimenticare la sua amicizia con Hemingway.

DE ANDRE' - Nel 1995 la Pivano pubblica la raccolta di saggi Amici scrittori. Bisognerà aspettare ancora sette anni per leggere uno scritto su Fabrizio De Andrè pubblicato all'interno del volume De Andrè il corsaro assieme a Michele Serra e a Cesare G. Romana. Diplomata al decimo anno di conservatorio, pianista, la Pivano (che è stata amica di molti musicisti: Bob Dylan, Lou Reed, Jovanotti) instaura proprio con De Andrè un rapporto speciale (lei considerava lui enfaticamente e con affetto il più grande poeta italiano del secolo e gli ha dedicato un testo che ha il titolo di una canzone del cantautore, La guerra di Piero, con interprete Judith Malina). Nel 2005 raccoglie tutti i suoi testi di letteratura, più di 1.500 pagine, in Pagine americane: narrativa e poesia 1943 - 2005 da Frassinelli. Nel 2008 arrivano in libreria i suoi Diari 1917 - 1971, prima parte della sua autobiografia (Bompiani).

L'AUTOBIOGRAFIA SUL SITO - Nell'autobiografia sul sito ufficiale di Fernanda Pivano si legge: «Quando negli anni '50 Fernanda Pivano si reca per la prima volta negli Stati Uniti è una giovane studiosa innamorata dell'America di quegli anni e desiderosa di incontrare dal vivo, sul campo, i maestri di una narrativa che in Italia si era appena cominciato a conoscere, grazie a Cesare Pavese ed Elio Vittorini. Immediatamente scopre un mondo, di sogni, ideali, valori, che non si stancherà più di celebrare: dal pacifismo di Norman Mailer, maestro riconosciuto della narrativa americana, amato e contemporaneamente odiato dalla beat generation degli anni sessanta, che a lui e al suo antiimperialismo si rifece, all'esempio di inesausta sete di nuovo e di autenticità del mito vivente Ernest Hemingway. Dai guru della beat generation Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti, uomini che in nome di un'idea di ritorno all'essenzialità dell'Uomo, in contrasto con i pregiudizi del consumismo capitalistico, hanno vissuto e scritto senza distinguere fra arte e vita, a Don DeLillo e ai minimalisti. Un nuovo viaggio americano, insomma, fra le contraddizioni e le speranze segrete di quel grande, osannato e temuto paese che è, da sempre, l'America».


18 agosto 2009

Mi piace ricordarla con De Andrè.

Grande Donna

lunedì 17 agosto 2009

"Venduta "



Ciao “ragazzina”,


mentre osservavo una Tua immagine ho provato un’infinita tenerezza per te, una delle tante immagini di te che sono apparse sulle testate giornalistiche , in TV e sul web, più nuda che svestita, un corpo stupendo, statuario….un corpo, regalato agli occhi del mondo.
Guardavo i tuoi occhi, ho colto la sicurezza e l’orgoglio di una "donna" già fatta, nessun’altra alla tua età ha raggiunto le mete che hai già raggiunto tu.
Molte donne hanno impiegato un’intera vita per cogliere il più piccolo dei riconoscimenti a cui avevano a lungo aspirato, a te è bastato il tuo volto, il tuo corpo per ottenere tutto : notorietà, denaro facile ed elogi… insieme a quelli sono arrivati anche gli insulti sui medesimi canali, ma che importa? Tutta invidia la loro !


Mi è tornato in mente un film su Anna Bolena, ho rivisto la scena di questa giovanissima donna, che dopo aver sposato per procura il re d’Inghilterra Enrico VIII, allora si usava, la sera fu accompagnata in un castello dove le dame di compagnia la prepararono per la notte.
Rideva la giovanissima regina, si divertiva ai consigli che le elargivano le dame….
Poi la lasciarono sola, seduta sul letto ad aspettare il suo sposo. In quella stanza entrò un uomo vecchio, obeso e malandato e lei si spaventò, ancor di più quando quel vecchio pretese il “suo diritto” . Era il re!
Anna cercò di sottrarsi a quel disgusto di uomo, ma dovette sottostare.
Erano tempi quelli in cui una donna veniva “venduta” per affari di Stato.


Oggi le cose sono cambiate, in peggio, perché di ragazzine che hanno subito e subiscono la tua stessa sorte ormai ce ne sono tante, in ogni dove, con la tua stessa capacità di fare “carriera”.
Sei bella, ne eri cosciente fin da bambina, fra i banchi di scuola, per le strade della tua città….
Ti guardavano tutti, tutti ti ammiravano. Tanto bella da tentare la notorietà, con a fianco i tuoi genitori che ti hanno sostenuta in questa scelta,orgogliosi d’avere una figlia tanto bella, senza mai parlarti delle insidie che avresti potuto incontrare, dei compromessi da accettare, del tuo dover sorridere anche davanti al disgusto.
E’ troppo bella la loro bambina, chi vuoi che non la noti ? Diventerà famosa.
Il loro riscatto per una vita vissuta di rimpianti, Tu eri il loro “asso nella manica”.


Il book, qualcuno lo nota, sei bella, lo passa a chi di dovere…..e quello che poi per te sarà “l’utilizzatore finale” s’invaghisce solo nel vederti sulle foto.
Non perde tempo, prima che qualcun’ altro ti noti , ti telefona, non credi alle tue orecchie….
Un uomo ricco e potente ha notato te, proprio te, umile ragazzina di borgata.
Corri da mamma e papà, racconti loro ogni cosa, vedi i loro occhi brillare di “riscatto sociale”, ma a te sembra felicità, orgoglio di te.
Senza capire , ebra dell’ebbrezza dei tuoi familiari vai…voli verso quel “sogno”.
Palazzi di potere, ville sontuose, regali costosi e lui che sembra adorarti, gli permetti ogni cosa…è vecchio, che importa ?
Accetti le sue mani su di te senza battere ciglio, neanche te ne accorgi, troppe luci riflettono sull’oro e tu….sei unica !!


La gioventù ha un grande difetto sai, svanisce presto, un mattino ti svegli e da quello specchio, che fino al giorno prima ti diceva che eri bella, d’improvviso ti dice che sei sfiorita.
Ma non è una brutta cosa, non spaventarti. Non la vedrai riflessa in quello specchio la tua mente che formulerà pensieri più complessi, diversi da quelli che formulavi fino a ieri.
Allora rivedrai ogni cosa come in un vecchio film, girato sulla tua pelle però.
Rivedrai i tuoi genitori e capirai cos’è avvenuto veramente, ricorderai ogni cosa da te vissuta con l’ingenuità di una bambina felice, incosciente…
Allora, solo allora t’accorgerai che non era un gioco, qualcuno ti ha “venduta” a chi aveva tanti soldi, dandoti l’illusione che tu fossi già una donna, qualcuno ha venduto la tua gioventù impedendoti di viverla.
In quell’attimo sarai donna e capirai che gli sguardi del mondo non erano d’ammirazione o d’invidia. Ogni sguardo maschile ti vedeva nuda, anche dentro al tuo tailleur firmato, ogni sguardo femminile era di disprezzo, bella si ma "zoccola" e stupida..
Allora avrai maturato l’esperienza per svolgere bene il tuo lavoro, per mettere in pratica le tue capacità mentali che certo non ti da l’istruzione….
Non te lo lasceranno fare, quel marchio sarà con te per sempre, ci sarà sempre qualcuno che se solo proverai a superarlo ti dirà…”zoccola”, facendoti contorcere nel dolore…
No, non sarai mai una Nilde Jotti, una Emma Bonino, una Debora Serracchiani….
Qualcuno ti ha spinto su quella stessa strada per vie traverse, e solo allora ti renderai conto che avresti potuto farcela da sola, qualcuno ti ha tagliato le ali impedendoti di volare con le tue forze, e quel giorno diventerai implacabile, odierai i tuoi genitori e ripensando all’”utilizzatore finale” correrai a sputare sulla sua tomba. Troppo tardi ragazzina.


Ancora stai giocando, fai la trapezista , tutti ti guardano con il naso all’insù….ma sotto di te non c’è nessuna rete, te l’hanno tolta tutti coloro che ti parlano d’amore.


Francesca

Donne. Lidia Ravera

da L’Unità 13 agosto 2009

La rivoluzione interrotta delle donne
di Lidia Ravera

Ho provato una vera gioia, leggendo la «conversazione» con Nadia Urbinati, ieri, su questo giornale. Quando dice: «c’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità collettiva». Ho pensato: ha messo, come si dice, “il dito nella piaga”. E mai frase idiomatica fu più opportuna. Qui si parla proprio di piaghe: indicarle è necessario, anche se sarebbe più elegante voltarsi dall’altra parte. Toccarle fa male. Ma attraverso il dolore, passa l’unica speranza di guarigione.

Dunque diciamolo: è morta la dimensione collettiva. Il “noi” che rafforzava i tanti “io” di cui era composto, latita. Era onnipresente, la prima persona plurale. Ora è scomparsa. Non è mai stata facile da declinare: includere l’Ego degli altri, sistemarlo accanto al proprio, non è mai naturale, tocca smussare angoli, reprimere individualismi, concedere generalizzazioni, perdere qualcosa di sè. Però si può fare, anzi: si deve.

Soltanto una massa di “io” ordinati in un “noi”, che li sovrasta e li protegge e li rappresenta, nel corso della storia, ha saputo abolire lo schiavismo, difendere il lavoro, conquistare diritti uguali per tutti, combattere il fascismo. L’individuo, da solo, può regalare all’umanità soltanto il godimento dell’arte. È necessaria, l’arte, ma non è sufficiente. Non oggi e non qui, in Italia.

Ha ragione la Urbinati quando dice: «Quel che fa questo governo non è ridicolo...è tragico». È tragico usare la paura e la fragilità psichica dei cittadini, aggravate entrambe dalla crisi economica, per disegnare una società che esclude e divide, che radicalizza le differenze e governa col ricatto milioni di solitudini. Poco più di metà degli italiani ha votato qualche anno di fiducia all’attuale Premier e alla sua “weltanschaung”. Poco meno di metà degli italiani ha cercato, votando il centrosinistra, di segnalare il proprio “no”.

Si tratta di milioni di donne e di uomini, dispersi e quindi condannati alla dimensione privata del dissenso: il lamento. Per le donne è una sorta di revival: ve la ricordate la rivolta “da camera” delle nostre madri? Erano donne che avevano vissuto la giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale e che, nell’Italia in rapido sviluppo degli anni sessanta, impigliate nel codice antico dell’esistenza vicaria, stavano maturando un disagio crescente per i ristretti ambiti delle loro vite. Che cosa facevano, mentre le loro figlie scendevano in piazza bruciando le icone della femminilità tradizionale? Si lamentavano. Opponevano un fiero cattivo umore ad un destino che vivevano come immutabile. Era il canto della loro sconfitta, il lamento.

Ci dava ai nervi. Giurammo che noi no, noi non ci saremmo sacrificate. Giurammo che avremmo imposto nuove regole, saremmo state parte attiva, a letto, al lavoro, in casa, in piazza. Lì per lì ci illudemmo di aver vinto. Non era così. La rivoluzione delle donne non è stata né vinta né persa. È stata interrotta.

Interrompere una rivoluzione è pericoloso: non riesci a imporre nuove valori, a radicarli, a estenderli a tutti, come quando vinci. Non vieni travolto dalla restaurazione del vecchio, come quando perdi. Quando lasci una rivoluzione a metà la restaurazione è lenta e strisciante. Incominciano a bombardarti con l’icona della “ragazza tette grandi/ cervello piccolo”, non ci fai caso. Occupa i teleschermi (anche quelli del servizio pubblico) per vent’anni. Spegni la televisione. Diventa protagonista della scena pubblica, corpo in vendita, carriera, oggetto di scambio, trastullo stipendiato di un modello di maschio potente/impotente che era già vecchio quando eri ancora giovane. Ti scansi, spegni l’audio, non vuoi sentire.

Finché ti accorgi che, nel silenzio/assenso generale, si è tornati indietro. Come prima e peggio di prima. Devi di nuovo essere complemento, protesi, utensile del piacere. Madre se proprio ti va, come lato B della carriera. A tua figlia regalerai “Miss Bimbo”, il gioco elettronico che insegna a diventare Velina, Escort o moglie di miliardario. Sei di nuovo povera.

Possiedi, come anticamente i proletari, soltanto il tuo corpo e quello devi far fruttare. E sbrigati: hai meno di 20 anni di tempo. Qualcuno dice che qualche ragazza ha trovato, per lo più all’estero, riconoscimento ai suoi talenti. Qualcun altro rimprovera “le femministe”, queste ormai mansuete streghe in prepensionamento, di tacere. Ma non è vero.

Tutte noi, noi poche, abbiamo, in questi anni, parlato. Sole davanti allo schermo dei nostri computer, come si usa oggi. Abbiamo confezionato tristi arringhe, abbiamo segnalato, puntuali come Cassandre, rischi e degenerazioni. Non è successo niente. Le parole delle donne non pesano un grammo. Per questo bisogna ricominciare daccapo. Portare i nostri corpi in piazza, occupare spazio, farci vedere, farci sentire. Contarci, per ricominciare a contare.

domenica 16 agosto 2009

Donne a Sud di Gomorra



Repubblica — 28 giugno 2009 pagina 31 sezione: ALTRO

Essere donna in terra criminale è complicatissimo. Regole complesse, riti rigorosi, vincoli inscindibili. Una sintassi inflessibile e spesso eternamente identica regolamenta il comportamento femminile in terra di mafie. È un mantenersi in precario equilibrio tra modernità e tradizione, tra gabbia moralistica e totale spregiudicatezza nell' affrontare questioni di business. Possono dare ordini di morte ma non possono permettersi di avere un amante o di lasciare un uomo.
Possono decidere di investire in interi settori di mercato ma non truccarsi quando il loro uomo è in carcere.
Durante i processi capita spesso di vedere donne accalcate negli spazi riservati al pubblico, mandano baci o semplici saluti agli imputati dietro le gabbie. Sono le loro mogli, ma spesso sembrano le loro madri.
Vestirsi in maniera elegante, curarsi con smalti e trucco mentre tuo marito è rinchiuso, è un modo per dire che lo fai per altri. Tingersi i capelli equivale a una silenziosa confessione di tradimento.
La donna esiste solo in relazione all' uomo. Senza, è come un essere inanimato. Un essere a metà. Ecco perché le vedi tutte sfatte e trascurate quando hanno i mariti in cella. È testimonianza di fedeltà.
Questo vale per i clan dell' entroterra campano, per certa ' ndrangheta, per alcune famiglie di Cosa Nostra. Quando invece le vedi vestite bene, curate, truccate, allora il loro uomo è vicino, è libero. Comanda. E comandando riflette sulla sua donna il suo potere, lo trasmette attraverso la sua immagine.
Eppure le mogli dei boss carcerati, sciatte sino a divenire quasi invisibili, sono spesso quelle che facendone le veci più comandano.
Tutte le storie delle donne in terra criminale si somigliano, sia che abbiano un destino tragico sia che riescano a galleggiare nella normalità. In genere marito e moglie si conoscono da adolescenti e celebrano il loro matrimonio a venti, venticinque anni.
Sposare la ragazza conosciuta da piccola è la regola, è condizione fondamentale perché sia vergine.
In genere, invece, all' uomo è permesso di poter avere amanti, ma il vincolo dato dalle loro mogli negli ultimi anni è che siano straniere: russe, polacche, rumene, moldave. Tutte donne considerate di secondo livello, incapaci di costruire una famiglia, secondo loro, di educare i figli come si deve.
Mentre farsi un' amante italiana o peggio del proprio paese sarebbe destabilizzante, e un comportamento da punire.
Attraverso la sessualità passa molta parte della formazione di un uomo e di una donna in terra di mafia. «Mai sotto una femmina» è l' imperativo con cui si viene educati. Se mentre fai l' amore, decidi di stare sotto, stai scegliendo pure di sottometterti nella vita di tutti i giorni.
Farlo per puro piacere ti condannerà, nella loro logica, a sottometterti. «Mai sesso orale». Riceverlo è lecito, praticarlo a una donna è da «cani». «Non devi diventare cane di nessuno». Vecchio codice a cui si attiene ancora molta parte delle nuove generazioni di affiliati. E regole anche più rigide valgono pure al di fuori dell' Italia.
La Yardie, la potente mafia giamaicana egemone in molti quartieri londinesi e newyorkesi, oltre che a Kingston, ne è un esempio.
Vietato praticare sesso orale e riceverlo, vietato sfiorare l' ano delle donne e avere rapporti anali. Tutto questo è considerato sporco, omosessuale (i gay sono condannati a morte nella cultura mafiosa giamaicana), mentre il sesso dev' essere una pratica forte, maschile e soprattutto ordinata. Senza baci.
La lingua serve per bere, un vero uomo non la usa se non a quello scopo. Gli affiliati delle cosche sono ossessionati non solo dalla loro virilità, ma da come poterla esercitare: farlo secondo la rigida applicazione di quegli imperativi categorici, diviene un rito con cui si riconfermano il loro potere. Valgono, quelle norme chiare e inderogabili, in pressoché tutti i paesi di ' ndrangheta, camorra, mafia e Sacra Corona Unita.
E sono, a ben vedere, qualcosa in più del semplice specchio di una cultura maschilista.
Nulla come quel codice sessuale dice forse come in terra di criminalità non possa esistere ambito che si sottragga alle logiche ferree di appartenenza, gerarchia, potere, controllo territoriale. Potere sulla vita e sulla morte, di cui la morte subita o data è posta a fondamento. E chi crede di poter esserne libero, si sbaglia. I
l controllo della sessualità è fondamentale.
Anche corteggiare diventa marcare il territorio. Avvicinarsi a una donna significa rischiare un' invasione territoriale. Nel 1994 Antonio Magliulo di Casal di Principe tentò di corteggiare una ragazza imparentata con un uomo dei casalesi e promessa in matrimonio a un altro affiliato. Magliulo le faceva molti regali, e intuendo forse che la ragazza non era felicissima di sposare il suo fidanzato, insisteva. Era invaghito di questa ragazza assai più giovane di lui e la corteggiava come dalle sue parti è abituale.
Baci Perugina a San Valentino, un collo di pelliccia di volpe a Natale, "postegge" ossia attese fuori dal luogo di lavoro nei giorni normali. Un giorno in piena estate un gruppo di affiliati del clan di Schiavone lo convocò per un chiarimento al lido La Scogliera di Castelvolturno.
Non gli diedero neanche il tempo di parlare. Maurizio Lavoro, Giuseppe Cecoro e Guido Emilio gli tirarono una botta in testa con una mazzola chiodata, lo legarono e iniziarono a ficcargli la sabbia in bocca e nel naso. Più inghiottiva per respirare più loro lo ingozzavano. Rimase strozzato da una pasta di sabbia e saliva che gli si è cementificata in gola. Fu condannato a morte perché corteggiava una donna più giovane, col sangue di un importante affiliato, già promessa in moglie. Corteggiare, chiedere anche solo un appuntamento, passare una notte insieme è impegno, rischio, responsabilità.
Valentino Galati aveva diciannove anni quando è sparito il 26 dicembre 2006 a Filadelfia, che non è la città fondata dai quaccheri americani, ma un paese in provincia di Vibo Valentia, fondato da massoni.
Valentino era un ragazzo vicino alla ndrina egemone. Aveva sangue ndranghetista e quindi divenne ndranghetista, lavorava per il boss Rocco Anello. Quando questi finisce in galera per aver organizzato un sistema di estorsioni capillare (per una piccola tratta ferroviaria ogni impresa che vi partecipava doveva pagargli 50 mila euro a chilometro), sua moglie Angela ha sempre più bisogno di una mano da parte della ndrina per andare avanti.
Spesa, pulizia della casa, accompagnare i bambini a scuola. A Valentino capita di essere uno dei prescelti.
Così lentamente, quasi naturalmente, nasce una relazione con Angela Bartucca. Punirlo è indispensabile e quando non lo si vede più girare per il paese, nessuno si stupisce. Condannato a morte perché è stato con la moglie del boss. Solo sua madre Anna non vuole crederci. Suo figlio amante della moglie di un boss? Per lei è impossibile: è divenuto da poco maggiorenne, è troppo piccolo. Ammette che Angela veniva anche in casa a prendere il caffè, e da quando suo figlio è sparito, non si è fatta più vedere.
Ma per la madre di Valentino questo non dimostra nulla. «Mio figlio non c' entra niente con questa storia». Insiste a credere vi siano altri motivi, ma per la magistratura antimafia non è così. Per lungo tempo Anna ha dormito sul divano perché lì c' era il telefono ed ha aspettato una chiamata di suo figlio, terrorizzata che in camera da letto potesse non sentire il suono «dell' apparecchio», come a sud lo chiamano.
Così, alla fine, la madre di Valentino si chiude nel silenzio di un dolore che rispetta il silenzio dell' omertà, continuando a negare contro ogni evidenza.
La stessa sorte era già capitata a Santo Panzarella di Lamezia Terme, ammazzato nel luglio del 2002. Santo si era innamorato di Angela Bartucca quattro anni prima. Sempre lei. Gli hanno sparato contro un caricatore, convinti di averlo ucciso lo hanno messo nel portabagagli.
Ma Santo Panzarella non era morto.
Scalciava nel portabagagli. Così gli hanno spezzato gli arti inferiori per non farlo continuare a intralciare con i calci il suo ultimo viaggio; infine gli hanno sparato in testa. Di lui è stata ritrovata solo una clavicola, che ha però permesso di far partire le indagini. Anche lui condannato a morte per aver sfiorato la donna sbagliata.
Valentino quindi forse sapeva di rischiare la pelle, ma ha continuato lo stesso ad avere una relazione con quella donna proibita. Ci si immagina Angela Bartucca come una sorta di donna fa tale, una mantide come i giornali l' hanno spesso chiamata, capace con la propria seduzione di far superare persino la paura della morte. Una donna che amava e amando condannava a morte.
Ma in realtà a vederla non sembra essere così come vuole la leggenda.
Dalle foto si vede il viso di una ragazzina, carina, la cui colpa principale era la voglia di vivere. Un marito in carcere per le donne di mafia significa astinenza totale.
Di affetti e di passione. Solo i boss maturi, se sono sposati con donne più giovani e sono condannati a pene pesantissime, permettono che le mogli possano avere qualche marito sostitutivo.
Quasi sempre si preferisce il prete del paese quando disponibile o un fratello, un cugino, un parente comunque.
Mai un affiliato non del sangue del boss, che godendo del rapporto con la donna potrebbe assumerne in qualche modo di riflesso il carisma e sostituirlo. Molte donne vestono di nero, anche quelle giovani,e quasi perennemente. Lutto per un marito ucciso.
Lutto per un figlio. Lutto perché è stato ucciso un fratello, un nipote, un vicino di casa. Lutto perché è stato ammazzato il marito di una collega di lavoro, lutto perché è stato assassinato il figlio di un lontano parente. E così c' è sempre un motivo per tenere il vestito nero.
E sotto il vestito nero si porta sempre un panno rosso.
Le anziane signore indossavano una maglietta rossa, per ricordare il sangue da vendicare, le giovani donne indossano un intimo rosso. Un ricordo perenne del sangue che il dolore non fa dimenticare, anzi il nero accende ancora più il colore terribilmente intimo della vendetta. Rimanere vedove in terra criminale significa perdere quasi totalmente l' identità di donna e ricoprire soltanto quella di madre.
Se resti vedova puoi risposarti solo con il consenso dei figli maschi.
Solo se ti risposi con un uomo dello stesso grado del padre (o superiore) all' interno delle gerarchie mafiose.
Ma soprattutto solo dopo sette anni di astinenza sessuale e osservazione rigida del lutto. Perché gli anni della vedovanza dovevano corrispondere al tempo che secondo le credenze contadine un' anima ci metteva per raggiungere l' aldilà.
Così si aspettava che l' anima arrivasse nell' altro mondo, perché se ancora stava in questo avrebbe potuto vedere la moglie «tradire» con un altro. Antonio Bardellino, boss carismatico di San Cipriano d' Aversa, tendeva a liberare le vedove da queste regole medievali e da questo perenne dolore imposto. In paese molti ricordano che fino a quando comandò, don Antonio diceva: «Si mettono sette anni per raggiungere il paradiso, noi andiamo da un' altra parte.
E quella parte si raggiunge presto, int' a na' nuttata».
Ma quando fu fatto fuori Bardellino arrivò l' egemonia degli Schiavone, e tornarono le vecchie regole sessuali.
Nell' agosto del 1993 Paola Stroffolino fu scoperta con un amante. Lei moglie di un boss molto importante, Alberto Beneduce, tra i primi ad importare cocaina e eroina direttamente sulle coste del Casertano.
Dopo che Beneduce fu ucciso, lei non rispettò i sette anni di vedovanza e intraprese una relazione con Luigi Griffo. Il clan decise che un atteggiamento del genere era irriguardoso nei confronti del vecchio boss.
E così per eseguire la punizione scelsero un suo caro amico, Dario De Simone. Invitò la coppia in una masseria di Villa Literno con la scusa di volergli far assaggiare le prime mozzarelle dell' estate. Un solo colpo alla testa per l' uomo e uno per la donna.
Non di più per due infami che avevano insultato la memoria e l' onore del morto. Poi, aiutato da Vincenzo Zagaria e Sebastiano Panaro, l' uomo che aveva mostrato la sua lealtà uccidendo scaraventò i corpi in fondo ad un pozzo molto profondo a Giugliano. Sandokan, cioè Francesco Schiavone, e suo fratello furono accusati come mandanti.
La vedova di un boss è intoccabile, ma se si sporca con un altro uomo, perde lo status di inviolabilità.I pentiti che cercavano di superare l' incredulità dei giudici, diedero una risposta cheè anche una sintesi eccezionale: «Dottò, ma scopare qui è peggio che uccidere. Meglio se uccidi la moglie di un capo. Forse puoi essere perdonato, ma se ci scopi sei morto sicuro».
Amare, decidere di fare l' amore, baciare, regalare qualcosa, fare un sorriso, sfiorare una mano, provare a sedurre una donna, esserne sedotto può essere un gesto fatale. Il più pericoloso. L' ultimo.
Dove tutto è legge terribile, i sentimenti e le passioni che non conoscono regole condannano a morte. - ROBERTO SAVIANO

venerdì 31 luglio 2009

Si parla della condanna all'aborto

Prima della legge 194 l'aborto esisteva, nel senso che le donne lo praticavano ... clandestinamente.
la legge in vigore prima di quella citata era il codice Rocco, di stampo fascista, che riteneva pure la pillola vietata, si chiamava infatti prima " pillola regolatrice del ciclo mestruale".
Gli aborti, prima dell'entrata in vore della 194, era 250.000 l'anno, tutti clandestini, compresi quelli dei conventi, giusto pe 'na strizzatina d'occhio ar Buttiglione.
L'aborto era un reato penale, quindi chi lo effettuava doveva stare nascosta. Nessuna assistenza medica, pena la denuncia.
Quindi quando una donna aveva la febbre se ne stava in casa, sperando che passasse.
I casi di setticemia era all'ordine del giorno.
Diverso era il discorso per le donne benestanti, che pagavano fior fiore di milioni ai medici delle cliniche private, magari in Svizzera.
Dopo l'entrata in vigore della legge gli aborti sono diminuiti costantemente, e questo era anche uno dei fini della legge ( questo lo si dimentica troppo spesso). Infatti di pari passo è aumentata l'assistenza alle neomamme e una maggior informazione ai giovani sui contraccettivi.

Ora a me sembra, a parte rigurgiti neo cattolici sulla abrogazione di questa legge, che ci sia poca spinta da parte delle forze progressiste, di insistere sul miglioramento e sulla applicazione in chiave più moderna della 194.
Uno degli argomenti tabù, tabù da parte di tutti, a parte il coraggio di pochi insegnanti, è l'insegnamento dell'educazione sessuale a scuola.
Quale altro posto istituzionale si vorrebbe farlo se non a scuola? Ar mercato de Piazza Vittorio?
Eppure ogni volta che se ne parla si alzano voci che gridano allo scandalo.
Insegnereste a mio figlio come fare sesso?
Fareste vedere quelle cose sconcie a mia figlia?
Ma niente di più sbagliato!
Innanzitutto si parla di didattica, poi sarebbero stilati programmi ad hoc, proprio come nei paesi più avanzati.
Ma da noi, tutto ciò che è nuovo e moderno fa sempre fatica ad arrivare.
Con somma soddisfazione del Vaticano.


Chiara

Aborto

Stiamo ritornando alle scomuniche ho sentito stasera che 7 ginecologi su 10 sono obiettori mi sembra una percentuale molto alta anche questo dato fa pensare non poco!

La Santa Sede: «scomunica per chi la usa e per chi la prescrive»

La Ru486 arriva in Italia Dura condanna del Vaticano

Via libera a maggioranza dall'Agenzia del farmaco alla commercializzazione della pillola abortiva

Il ginecologo Silvio Viale mostra una confezione di Ru486 (Emmevi)
Il ginecologo Silvio Viale mostra una confezione di Ru486 (Emmevi)
ROMA - La Ru486 arriva in Italia. Dopo una riunione durata più di quattro ore, è arrivato giovedì in tarda serata il via libera a maggioranza (quattro contro uno) dall'Agenzia italiana del farmaco alla pillola abortiva. Il Consiglio di amministrazione dell'Aifa ha infatti approvato l'immissione in commercio nel nostro Paese del farmaco già commercializzato in diverse altre Nazioni. Nel Cda dell'Aifa hanno votato a favore della pillola il presidente Sergio Pecorelli e i consiglieri Giovanni Bissoni, Claudio De Vincenti e Gloria Saccani Jotti. Ad esprimersi negativamente è stato invece Romano Colozzi, assessore alle Risorse e Finanze della Regione Lombardia. La Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni, ha spiegato l'assessore Bissoni, c'è un «richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all'utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco - ha aggiunto - entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana». Entro questo termine, infatti, le complicanze per l'uso del farmaco sono sovrapponibili a quelle dell'aborto chirurgico, ha concluso l'assessore.

LA CONDANNA DEL VATICANO - Ancora prima che l'Aifa si pronunciasse, il Vaticano era tornato all'attacco contro la pillola abortiva. L'Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. «La decisione dell’Aifa a favore della commercializzazione - secondo il sottosegretario, non è scontata, alla luce delle 29 morti tra donne in vari Paesi del mondo causate dalla Ru486. Sulla sicurezza della pillola, dunque, "persistono molte ombre"», ha scritto il quotidiano vaticano. È stato poi monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Academia pro Vita, a spiegare che l'uso della pillola in questione comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l’hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti dell’aborto chirurgico. «Dal punto di vista canonico è come un aborto chirurgico» sottolinea il vescovo. «L’assunzione della Ru486 equivale ad un aborto volontario con effetto sicuro, perché se non funziona il farmaco c’è l’obbligo di proseguire con l’aborto chirurgico. Non manca nulla. Cosa diversa è la pillola del giorno dopo, che, pur rivolta ad impedire la gravidanza, non interviene con certezza dopo che c’è stato il concepimento. Per la Ru486, quindi, c’è la scomunica per il medico, per la donna e per tutti coloro che spingono al suo utilizzo». «Rimango allibito dall'atteggiamento dell'Aifa (agenzia italiana per i farmaci)» ha anche detto Sgreccia e « spero - ha aggiunto - che ci sia un intervento da parte del governo e dei ministri competenti» perché la pillola abortiva RU486 «non è un farmaco, ma un veleno letale».

«L'AGGRAVANTE DEL RISCHIO PER LA MADRE» - La pillola«ha effetto abortivo, quindi valgono - prosegue Sgreccia - tutte le considerazioni che valgono quando si parla di aborto volontario. C’è, inoltre, un’aggravante che dovrebbe far riflettere anche chi appoggia la legalizzazione dell’aborto chirurgico, ed è il rischio per la madre. Più di venti donne sono morte per effetto della somministrazione di questa sostanza. Questo farmaco assume, quindi, la valenza del veleno. È una sostanza non a fine di salute, ma a fine di morte. Si va contro la regola fondamentale della vita della madre. Bisognerebbe, per questo motivo, sospendere tutto. Inoltre - prosegue il vescovo - si cerca di scaricare sulla donna sola la responsabilità della decisione. Si torna a una forma di privatizzazione dell’interruzione di gravidanza. All’inizio si è legalizzato l’aborto proprio per toglierlo dalla clandestinità, ora il medico se ne lava le mani e il peso di coscienza ricade sulla donna».

«SULL'AIFA PRESSIONI POLITICHE ED ECONOMICHE» - Sgreccia poi non ha dubbi sulle cause che spingono l’Aifa alla liberalizzazione del farmaco: si tratta, secondo il presule, di «pressioni politiche ed economiche».

fonte Corriere della Sera
30 luglio 2009

lunedì 27 luglio 2009

Domanda alle donne del PD ( fatta da una donna del PD)


Leggendo il documento del PD fatto dalle donne, in cui mi ci ritrovo per il 95%, mi sorge spontanea una domanda.
Dal documento stesso:
"
Anche l’esperienza del cattolicesimo democratico, che ha una tradizione consolidata e che sarà parte costitutiva del Partito democratico, rappresenta, insieme ad altre tradizioni culturali e politiche della sinistra, un elemento di forza con cui combattere l’integralismo e affermare l’autonomia della politica, vero pilastro dello Stato laico."
Bene la domanda è: Che cosa ha fatto il movimento cattolico democratico di così diverso da noi per essere citato come esempio ed esserne parte costitutiva?

Le cose sono due, o noi non cattolici non abbiamo fatto qualcosa che loro invece hanno fatto, oppure è stato citato perchè così in politica si fà.
Ma le parole hanno un valore, non servono solo per le alleanze, quindi vorrei che le donne del PD mi rispondano.

Chiara