"Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada. Dategli dei soldi perche' acceleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell'uomo. Non vogliamo morire con nessuno ch'abbia paura di morir con NOi!"
Enrico V-William Shakespeare
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martedì 18 agosto 2009

Fuggiti dall'Italia del nepotismo scoprono il gene anti-tumori




di Anna Maria Sersale

ROMA (18 agosto) - Il sistema nepotista dell’università italiana non permetteva di sviluppare adeguatamente le loro ricerche sui tumori, così Antonio Iavarone e Anna Lasorella sono espatriati anni fa negli Stati Uniti dove hanno trovato laboratori e mezzi adeguati.

I due ricercatori napoletani, marito e moglie, tra i più promettenti del nostro Paese, esperti di oncologia pediatrica, hanno scoperto ”Huwe1”, il gene che aiuta le cellule staminali a svilupparsi e a diventare adulte. La scoperta è stata fatta nel Columbia University Medical Center di New York, ma poteva essere fatta a Roma se il nostro sistema universitario non avesse costretto nel 2000 i due ricercatori a emigrare. La scoperta potrà avere conseguenze importanti sulle staminali e sulle future terapie tumorali. I risultati ottenuti sono talmente rilevanti sul piano scientifico da avere meritato la copertina della rivista internazionale Developmental Cell. Il gene scoperto dai due italiani, infatti, è coinvolto anche nel più aggressivo fra i tumori del cervello che colpisce bambini e adulti, il glioblastoma multiforme.

L’Italia, però, ha “rinunciato” alla paternità di questa scoperta. Eppure il Belpaese dice di voler puntare sul merito, sui cervelli brillanti, sui talenti migliori in grado di tenere testa alla competizione mondiale. La verità è che la meritocrazia è una chimera e gli stipendi sono da fame. Tutti si affannano a dire che la scienza è il motore dello sviluppo, tuttavia nelle nostre università il merito è schiacciato dal nepotismo e dalle lotte di potere. Alla gente di valore non offriamo contratti decorosi. Ora abbiamo fatto qualche sforzo con i fondi under 40, ma occorre una politica più attenta.

Iavarone e Lasorella, dopo tante delusioni, hanno dovuto fare le valigie. Hanno lasciato la Cattolica di Roma. E nel 2000 sono emigrati negli Stati Uniti, in polemica con il mondo universitario italiano. «Negli Usa - hanno dichiarato - abbiamo trovato i mezzi, lo spazio, il sostegno di due prestigiose università. Il sistema universitario italiano, invece, sembra fermo a dieci anni fa. L’Italia ha un sostanziale disinteresse nei confronti della scienza».Il loro è l’ennesimo caso di ricercatori in fuga. Una storia che lascia amarezza.

D’altra parte con il Pil scientifico sceso all’1% la ricerca italiana è in grave difficoltà, basta vedere il divario con il resto del mondo: la media europea di stanziamenti è dell’1,8% (con i picchi tedeschi e francesi del 2,2%), con gli Usa attestati al 2,8%, con il Giappone che triplica gli investimenti e la Cina e la Corea che nonostante la crisi non fanno mai mancare i fondi ai laboratori. E fa riflettere la scelta della Gran Bretagna che ha incentivato i giovani cervelli a restare in patria e a lavorare alle loro ricerche, stanziando 1.500 milioni di euro nella convinzione che ci sarà un ritorno per l’economia.

«Adesso - spiega Iavarone - abbiamo trovato una proteina capace di distruggere alcune delle proteine-chiave utilizzate per la trasformazione delle cellule staminali in cellule adulte». Ma la scoperta del gene che svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle cellule staminali e che è coinvolto anche nel più aggressivo fra i tumori del cervello non sarà targata Italia. L’assurdo è che noi i bravi ricercatori li prepariamo e poi li mettiamo su un piatto d’argento e ce li facciamo ”rubare” perché li maltrattiamo. Non riusciamo a trattenere i ragazzi che abbiamo formato e questa fuga ci costa 8 miliardi di euro l’anno. E anche i programmi di rientro dei cervelli hanno fatto flop. Ne perdiamo 30mila l’anno, ne importiamo poche migliaia.

Il fatto è emblematico e dimostra la «mancanza di cultura del merito in Italia», il senatore del Pd Ignazio Marino commenta così la vicenda di Iavarone e Lasorella. «Esprimo le mie più sincere congratulazioni per la loro scoperta ai due ricercatori che conosco e stimo da oltre 20 anni», ha proseguito Marino, che considera la loro scoperta «rivoluzionaria» in quanto «potrebbe introdurre nuovi percorsi terapeutici per i tumori ad alta malignità, come il glioblastoma multiforme».
Vorremmo una sinistra che si facesse carico di questi problemi, che gridasse più forte il dissenso a fronte dei forti tagli a ricerca,innovazione e sperimentazione effettuati dalla finanziaria di Tremonti.
L'Italia costringe i suoi figli migliori ad andare via, mentre qui si arricchiscono alle spalle degli italiani affaristi, faccendieri ,corrotti e corruttori.


martedì 11 agosto 2009

Se l'obiezione diventa malattia


11/8/2009
MICHELE AINIS


C’è un’infezione che giorno dopo giorno fiacca il nostro organismo collettivo. E c’è anche un untore, ci sono una mano e un disegno all’origine di questa malattia. La malattia a sua volta può ben essere letale, perché s’esprime nella disobbedienza alla legge, allo Stato, agli istituti della democrazia. Sia pure in nome di nobili principi, così come era nobile la causa di Antigone, murata viva in una grotta da Creonte per essersi ribellata alla giustizia umana, obbedendo alla legge non scritta che alberga nelle coscienze individuali. Obiezione di coscienza, ecco infatti come noi moderni designiamo tale atteggiamento. Ma negli ultimi mesi le obiezioni si moltiplicano, si alimentano l’una con l’altra, con la benedizione dell’oracolo più autorevole e potente: il Vaticano.

Il caso della pillola abortiva - che ha innescato un appello del cardinal Bagnasco ai medici italiani per sabotarne la somministrazione - non è che l’ultimo in ordine di tempo. E d’altronde lo stesso Bagnasco aveva auspicato a più riprese che cresca l’obiezione di coscienza alla legge 194 sull’aborto, anche se abbiamo ormai raschiato il fondo del barile: 70% di ginecologi obiettori nel 2007 (erano il 58% nel 2005). Nel frattempo un centinaio di religiosi (fra i quali l’ex direttore della Caritas) invitano alla disobbedienza contro il reato d’immigrazione clandestina. Domani sarà la volta del testamento biologico, se le nuove norme suoneranno troppo permissive alle gerarchie ecclesiastiche. A meno che la futura legge non preveda espressamente la clausola di coscienza, come è già accaduto nel 1978 per la regolamentazione dell’aborto e nel 2004 per la fecondazione assistita. Tanto ormai l’obiezione sta diventando un fenomeno di massa, sicché il Vaticano fa proseliti pure in campo avverso: il ginecologo radicale Silvio Viale ha appena annunciato un’«obiezione laica» contro le regole che imporrebbero tre giorni di ricovero coatto per assumere la Ru486. Un caso fra i tanti, al pari del farmacista di Fiumicino che il mese scorso ha rifiutato di vendere la pillola del giorno dopo, o al pari delle scuole genovesi che hanno dichiarato obiezione di coscienza contro l’obbligo di denunciare i clandestini.

Naturalmente può ben darsi che una legge sfidi le nostre convinzioni più profonde. In quest’ipotesi è lecito sfidarla a propria volta, o forse è doveroso. Se la legge m’impone di giustiziare ogni ebreo che incontro per strada devo oppormi, anche a costo della vita, come Antigone. Ma cosa rischia il ginecologo che nega assistenza a una coppia sterile o a una donna che ha deciso dolorosamente d’abortire? E dov’è l’evento eccezionale quando l’obiezione di coscienza s’applica alle occasioni più svariate? Dov’è il sentimento individuale se la medesima reazione viene sapientemente organizzata o incoraggiata da un’istituzione terza, che plasma le coscienze dall’alto del Cupolone? Poi, certo, il Vaticano avrà le sue ragioni. Ragioni forti, se durante l’incontro fra Obama e Benedetto XVI quest’ultimo ha chiesto garanzie proprio sull’obiezione di coscienza, definendola «la grande sfida» che attende ogni nazione. Noi però, su quest’altra sponda del Tevere, vediamo soprattutto una sfida allo Stato, alla sua residua autorità. Vediamo il rischio di un’anarchia di massa, in cui ciascuno fa un po’ come gli pare. Tanto una coscienza, buona o cattiva, ce l’abbiamo tutti. Sicché di questo passo dovremo forgiare tante leggi per quante sono le coscienze.

michele.ainis@uniroma3.it