"Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada. Dategli dei soldi perche' acceleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell'uomo. Non vogliamo morire con nessuno ch'abbia paura di morir con NOi!"
Enrico V-William Shakespeare
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lunedì 11 aprile 2011

IL LICEO CLASSICO SOTTO ATTACCO...


L’Italia affonda, e per risollevarla qualcuno pensa bene di affondare la Scuola pubblica (=statale). L’ultimo attacco è infatti recentissimo e devastante, e trasformerà il Liceo Classico in un gran calderone in cui tutti potranno insegnare tutto. Aggirando deliberatamente la normativa vigente, il MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca), con una semplice Nota Ministeriale (la n. 272 del 14 marzo 2011) ha “riordinato” le classi di concorso, cioè i criteri di assegnazione degli Insegnanti alle diverse materie nelle Scuole Superiori, in base alle abilitazioni possedute.
Operazione che potrebbe parere lecita, se non contenesse un’amara sorpresa: i Docenti della classe di concorso A052 (“Materie letterarie, latino e greco nel liceo classico”) verranno sempre più relegati all’insegnamento del solo greco. Infatti, ad insegnare le altre materie letterarie, d’ora in poi verranno ammessi nel Ginnasio anche i Docenti di Lettere che non possiedono l’abilitazione all’insegnamento del greco; ossia quelli della classe A051 (“Materie letterarie e latino nei licei e nell'istituto magistrale”), pesantemente falcidiata dai tagli spacciati per “riforma” della Scuola pubblica. Per risolvere il problema dei tanti soprannumerari della A051 (moltiplicati dalla feroce diminuzione di ore in materie fondamentali come italiano e latino), il MIUR ha ordito la consueta operazione aritmetica, semplicemente spalmando sul Liceo Classico gli Insegnanti non abilitati per il Ginnasio, in concorrenza con quelli della A052, i quali posseggono invece il titolo di studio e l’abilitazione prevista. Alla faccia della neologistica “premialità” e della “meritocrazia” tanto care al Governo!

Ci sono valide motivazioni didattiche per cui il legislatore aveva posto paletti precisi per l’accesso agli insegnamenti delle materie letterarie nelle Scuole Superiori. Il Decreto Ministeriale n. 39 del 30 gennaio 1998 aveva stabilito che, per insegnare le discipline della classe di concorso A050 (“Materie letterarie negli istituti di istruzione secondaria di secondo grado”, ossia italiano e storia negli Istituti Tecnici e Professionali) non fosse necessario superare una ulteriore prova concorsuale, scritta e orale, di lingua e letteratura latina; prova obbligatoria, invece, per i candidati alla classe A051, destinati ad insegnare anche latino, oltre che italiano, in tutti i Licei, ma non nel biennio ginnasiale. Per il Ginnasio, infatti, l’insegnamento delle lingue classiche (nonché della civiltà antica e della sua continuità con la cultura italiana ed europea) era affidato agli abilitati della classe di concorso A052: gli unici ad aver sostenuto, oltre alla prova di latino, anche quella di lingua e letteratura greca, scritta e orale. La prova scritta, decisamente specializzante, consisteva in una traduzione di un testo greco classico in latino. Questa scelta del legislatore era dovuta all’intento di affidare gli alunni del Ginnasio ad un Docente che potesse fornire loro una visione complessiva del mondo classico, in continuità con la cultura medievale, rinascimentale, moderna e contemporanea.

Entrando a gamba tesa in una normativa così chiaramente definita, il MIUR determinerà ora la consueta guerra fra poveri. I Docenti della A050 perdenti posto a causa dei tagli potranno andare a coprire, insegnando anche nei Licei, posti spettanti ai colleghi della A051; i quali, a loro volta, potranno svolgere mansioni destinate agli Insegnanti della A052. A questi ultimi, quindi, la sorte peggiore, perché si vedranno relegati ad insegnare solo greco, perdendo posti di lavoro e dignità di fronte agli alunni e alle loro famiglie. Il greco, oramai emarginato, sarà sempre più visto dall’opinione pubblica come una disciplina inutile, noiosa, eliminabile senza rimpianti. Anche perché, ferita a morte l’impostazione didattica unitaria con il latino e con le altre materie letterarie (prima affidate ad un unico Docente), sarà obiettivamente impossibile insegnare il greco in modo efficace, coinvolgente e convincente. Già gli effetti della frammentazione delle cattedre si vedono nelle Quarte ginnasiali, i cui studenti sono quest’anno più disorientati che mai, inzeppati in classi-pollaio da trenta alunni!

È necessaria a questo punto una precisazione: i Docenti della A052 non sono “migliori” o “più intelligenti”, né “più colti” o “più preparati” di quelli della A051 o della A050; semplicemente, hanno preparazioni, specializzazioni, titoli differenti. Dove, se non nella Scuola, è opportuno impiegare Docenti specificamente preparati per ciascun indirizzo scolastico? Non è così, d’altronde, per ogni altro settore lavorativo?

Ben due interpellanze parlamentari hanno contestato il provvedimento: la prima (a maggio 2010) ebbe buon esito, perché valse a far ritirare il provvedimento; la seconda, invece, incredibilmente, non ha praticamente avuto riscontro. Ora bisogna dunque mobilitarsi perché il provvedimento non sia tramutato in legge. Altrimenti noi Italiani assisteremo ad un’ennesima assurdità: i nostri Docenti di lettere più specializzati, quelli che hanno sostenuto più esami per accedere all’insegnamento, perderanno via via il posto di lavoro, soppiantati da Docenti certo preparati, ma non specializzati per la docenza nel Liceo Classico. Gli alunni del Ginnasio potrebbero così sentirsi spiegare la costituzione degli Ateniesi da un Docente preparato sì in storia greca, ma che non conosce a fondo la lingua degli Elleni, né quindi tutte le sfumature inerenti al loro pensiero; lingua e pensiero fondamentali, perché radice dei nostri. Potrebbe accadere che i presupposti storici e culturali del pensiero filosofico presocratico siano spiegati da un Insegnante pur bravo, ma laureatosi con tesi su Filippo Tommaso Marinetti. Insomma, sta per succedere nella Scuola quanto succederebbe nei trasporti se, per assurdo, il Governo decidesse di revocare le licenze ai tassisti per metterli a guidare i treni: che cosa direbbero i ferrovieri perdenti posto? E i passeggeri sarebbero al sicuro?

Così viene minato nelle fondamenta il Liceo Classico: la Scuola Superiore che finora ha sempre fornito ad ogni facoltà universitaria i migliori studenti d’Italia, quelli che i Paesi più evoluti del nostro facevano a gara per accaparrarsi. Giovanni Gentile si rigira inquieto nella tomba: il tradimento della filosofia che fu alla base del suo ordinamento scolastico non viene perpetrato da feroci comunisti armati di falce e martello, ma dal governo dei nipotini del Duce. E questo loro tradimento non è certo originato dal desiderio di superare il classismo insito nella riforma Gentile (che aveva, per dirla con Antonio Gramsci, “il grave torto di separare la scienza dalla tecnica, il lavoro intellettuale da quello manuale”). D’altronde i tanti di “sinistra” che, dal canto loro, vorrebbero abolire il Liceo Classico nel nome di Gramsci, fingono (?) di non sapere che per Gramsci la Scuola e lo studio approfondito erano comunque una cosa seria, uno strumento di elevazione sociale proprio per le classi meno abbienti. Dunque l’attuale stravolgimento del Liceo classico, come di tutta la Scuola pubblica, è finalizzato semmai all’aumento delle differenze di classe.

Difatti negli ultimi quarant’anni molti figli di gente umile hanno ricevuto proprio dal Liceo Classico gli strumenti culturali per elevarsi socialmente. La scuola brunetta-gelmin-tremontizzata limita fortemente questa possibilità di crescita, anche perché il Liceo Classico già da ora non è più riconoscibile: al Ginnasio è stato tolto un quinto del monte ore di italiano; soppressa la metà della ore di geografia, la quale è stata accorpata alla storia in un monstrum didattico (che qualcuno ironicamente ribattezza “stografia”); distrutte le cattedre di lettere, motivo per cui le classi ginnasiali si ritrovano spesso un Docente per italiano, uno per latino, uno per greco, uno per storia/geografia; la continuità didattica è un ricordo lontano, perché ogni anno i Docenti cambieranno, pur di garantire cattedre a diciotto ore e risparmi all’erario. Oltre a tutto ciò, come abbiamo visto, presto i Docenti della A052 insegneranno solo greco in tante classi affollate e diverse, buttando al vento le professionalità acquisite per decenni sulle altre materie letterarie. Per di più, una volta ghettizzato, l’insegnamento del greco sarà sempre meno efficace, venendo a mancare sempre più l’unitarietà della visione e del metodo del Docente. A quel punto, immancabili, arriveranno le saccenti avances degli “esperti” di turno, pronti a proporre l’abolizione dell’“inutile” greco che tormenta i poveri studenti (per consigliarne magari la sostituzione con il cinese!); e il cerchio si chiuderà. Il Liceo Classico non esisterà più, a tutto vantaggio di chi una società culturalmente più evoluta proprio non la vuole. L’Italia, da secoli culla degli studi classici, tornerà al tempo dei Longobardi, quando nessuno conosceva più il greco, e pochissimi (chierici e nobili) il latino. D’altra parte, al governo della nazione non ci sono alcuni che dai Longobardi si vantano di discendere?

Eppure l’opinione pubblica non vede tutto ciò, o finge di non vederlo. I Docenti della A052 devono combattere una battaglia molto difficile, con il rischio che li si accusi di complesso di superiorità nei confronti di chi non insegna greco. Tuttavia la superbia non ha nulla a che fare con le loro rivendicazioni; semplicemente, essi ritengono giusto che ognuno insegni ciò per cui ha una competenza certificata. Del resto, è forse lecito che un paziente venga operato al cuore da un bravissimo ortopedico? La triste verità è che si profila l’avverarsi di un altro sogno della loggia massonica P2 (tra i tanti avveratisi negli ultimi anni): l’abolizione del valore legale dei titoli di studio. Il non riconoscere i diritti degli Insegnanti significa questo.

Certo, è molto difficile che l’Italia di oggi, distratta dagli artificiali paradisi televisivi in cui è immersa, s’impegni nel difendere la Scuola Statale dall’autentica Soluzione Finale verso cui sembra avviata. Dobbiamo dunque rassegnarci alla definitiva espulsione dalla Scuola di migliaia di precari preparati e meritevoli, colpevoli di aver creduto che il desiderio di diffondere la propria cultura avrebbe offerto loro una professione e una dignità?
L’unica speranza è che l’opinione pubblica democratica si scuota dal proprio torpore, che i cittadini di buona volontà difendano i diritti di chi chiede semplicemente di svolgere le mansioni per cui ha competenze certificate. In fondo, si tratterebbe di una battaglia di civiltà. Gli Italiani dovrebbero finalmente comprendere che il livellamento culturale in basso del lessico e delle competenze non è istruzione d’eccellenza, ma distruzione del futuro della nazione.

Bisogna rispedire al mittente i tagli e lo smantellamento della Scuola Statale, ipocritamente mascherato da riforma. Riusciranno i Docenti a difendere se stessi e la Scuola di tutti, senza lasciarsi dividere da chi cerca di metterli gli uni contro gli altri? E gli Italiani mostreranno di aver compreso l’importanza della Scuola per il proprio avvenire? Ai posteri l’ardua sentenza.



di Alvaro Belardinelli

sabato 25 settembre 2010

Pellegrino (PDL) choc: "Basta disabili a scuola. Non imparano e disturbano"..



Basta disabili a scuola. Non imparano e disturbano. Meglio per tutti una comunità, dove mandarli seguiti da personale specializzato. Parole dell’assessore all’Istruzione di Chieri, comune torinese di 36 mila anime adagiato sulle colline verso l’Astigiano. Parole pronunciate durante il consiglio comunale aperto dell’altra sera, che indignano i genitori di bimbi portatori di handicap. Famiglie che sognano per i loro figli un futuro fatto di integrazione, non di isolamento. Frasi che fanno accapponare la pelle al sindaco, pediatra in pensione, che dice: «Lo hanno frainteso. Io lo conosco bene Giuseppe Pellegrino è una persona sensibile. Intelligente. Non intendeva offendere ma sollevare un problema».

Ed eccolo qui l’assessore finito nel mirino. Avvocato civilista di 64 anni, console onorario della Repubblica Slovacca per Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Vedovo e con tre figli. L’altra sera durante l’incontro sulla scuola, è andato giù duro. E, a freddo, continua a non comprendere il motivo di tanto scandalizzarsi. «Qualche genitore si è sentito offeso? E perché mai? Ho detto soltanto quel che pensano tutti: quei ragazzi a scuola disturbano». Il sindaco Francesco Lancione cerca di mediare: «Pellegrino ha sbagliato e glielo ho detto alla fine della riunione. Il clima era teso e ha parlato a sproposito, fuori luogo. Né io e nemmeno questa amministrazione condividiamo ciò che ha detto. Capisco che tanti genitori possano essersi sentiti umiliati. Sono persone che devono essere aiutate, non allontanate dalla comunità».

E in paese è rivolta. Sulle barricate sale per prima Barbara Zamboni, presidente del III Circolo scolastico, e mamma di due bambine diversamente abili. «Mi chiedo dove quel politicante trovi la faccia tosta di esprimersi in questo modo? Affrontiamo ogni giorno mille difficoltà. E secondo l’assessore cosa dovremmo fare? Tenere i nostri bambini fuori dai luoghi pubblici, perché non pesino sui bilanci e non disturbino? Dobbiamo forse metterli in lager perché sono più sfortunati degli altri?»

Lui, il Console onorario, ascolta le critiche, e non fa una piega. «ma di cosa si lamentano? Noi facciamo tantissimo per questi studenti. Ma anche i genitori devono rendersi conto che sono tempi duri per tutti». E ribadisce il concetto. «Aiutiamo i genitori e gli consigliamo il percorso migliore per i propri figli». E secondo lei dove dovrebbe portare questa strada? «A creare luoghi adeguati ai reali bisogni di questi ragazzi. Oggi ci sono comunità specializzate. Non sempre mamma e papà sono d’accordo, ma è nostro compito convincerli». La scuola, secondo lui non serve. Lasciarli in classe con gli altri compagni è inutile? «Ci sono ragazzi, qui da noi, che passano la mattina a dare calci e pugni ad un muro. Disturbano e non imparano nulla». E gli insegnanti di sostegno che dovrebbero assisterli non bastano? «Non possono fare nulla. E questi ragazzi con l’istruzione non hanno nulla a che fare».
Fonte
CHE "homo"sapiens:(!!!
Abbiano il coraggio di riproporre il programma Aktion T4

mercoledì 7 aprile 2010

Il regalo di Pasqua del governo alla scuola




Ad appena 24 ore dalla tornata elettorale, il ministero di Via Arenula ha convocato i sindacati della scuola per comunicare, come d’altronde ampiamente previsto, che dal prossimo settembre saranno cacciati via dalla scuola 25.600 insegnanti, così suddivisi: 8.700 nella scuola primaria, 3.700 nella scuola media e 13.750 nelle superiori. Un numero esorbitante di licenziamenti, che non ha eguali nella storia italiana che, per di più, non ha suscitato clamori sulla stampa.

Il taglio all’occupazione nella scuola si va ad aggiungere alle centinaia di migliaia di posti di lavoro già persi in tutti gli altri comparti produttivi del Paese ed è destinato ad aggravare una situazione già di per sé drammatica del mercato del lavoro.

Come ampiamente previsto, il pesante taglio agli organici fa seguito soprattutto alla cosiddetta “riforma” della scuola superiore, con una diminuzione del monte-ore settimanale (da 36 a 32), applicata immediatamente, nonostante i suoi effetti ricadano solamente per le prime classi degli istituti superiori e senza che, come denunciano da tempo i Cobas, siano mai stati approvati in via definitiva i regolamenti applicativi.

Ad essere tagliate sono ovviamente le teste di quei docenti non di ruolo che ogni anno si vedevano assegnata una cattedra annuale che, dal prossimo anno scolastico, sarà stata eliminata dagli organici. A questi insegnanti non sarà rinnovato il contratto di lavoro e per molti di loro, con venti anni ed anche più di insegnamento, sarà quasi impossibile trovare un’altra occupazione.

Fonte

Lorenzo

martedì 22 settembre 2009

I nostri ragazzi


E' iniziata la scuola, parliamo di loro, dei giovani.
Cosa si aspettano i ragazzi dalla scuola? Qui tra noi ci sono insegnanti, hanno contatti quotidiani con loro a faccio quindi questa domanda, per curiosità, per conoscere.
Si è parlato della scuola criticandola giustamente, perchè oltre che una istituzione è per me un valore, un valore della nostra società, ci mandiamo i nostri figli.
Ma i ragazzi cosa dicono, cosa si aspettano?
Io so che oltre alla cultura bisogna insegnare ai giovani ( tutti, non solo la scuola) a essere se stessi, con le loro paure, i loro desideri, le loro meraviglie.
Questa è forza d'animo.
Il compito degli insegnanti è delicatissimo e gravoso, vedono i ragazzi come un padre e una madre non vedranno quasi mai, perchè lì sono loro stessi.
I ragazzi di oggi non sono più sostenuti dalla tradizione, si sono rotte le tavole dove erano incise le leggi della morale, al loro posto c'è la televisione, i messaggi pubblicitari, i modelli TV da seguire.
Eppure i giovani, e mai lo confesseranno, attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perchè il mare che attraversano è minaccioso e sempre in tempesta.
Troppo rumore c'è nel mondo e questi ragazzi lo sentono come una urlo assordante e stanno in attesa.
Sono molto diversi dai loro padri e madri, aspettano e attendono molto dalla scuola, perchè, nonostante tutto, è un punto fermo per loro, ci credono, anche se non lo diranno mai.

Dialogo fra me e mia figlia, ieri :
"Ciao Ale, la scuola??"
" tutto bene pà, le solite cose........i soliti prof"; " ah no, ce n'è una nuova, ha iniziato subito a spiegare....ma mi sembra molle come un fico!".

Molle come un fico, significa che non ascolta i ragazzi, che spiega ma non dialoga. E mia
figlia ,come altre sue compagne continuano ad attendere.

Lorenzo

venerdì 21 agosto 2009

Sentenza Tar Ignorata


Le novità, A fine mese al via le prove di riparazione per circa 600mila ragazzi

Prof di religione e voti, ecco la nuova scuola

In Gazzetta la riforma. Crediti sulle materie ecclesiastiche, ignorata la sentenza del Tar


ROMA — Dal prossimo an­no nella scuola cambieranno, o dovrebbero cambiare, un po’ di cose: dall’anticipo alla materna alla sufficienza in tutte le materie per essere am­messi alla maturità, dal­l’orientamento in vista della riforma delle superiori targa­ta Gelmini all’arrivo del mae­stro «prevalente», fino all’ob­bligo di frequentare almeno i tre quarti delle lezioni.

L’unica cosa che non cam­bierà — neppure negli scruti­ni di settembre per i 600 mila studenti che devono recupe­rare — sarà la facoltà del do­cente di religione di contribu­­ire, insieme ad altri 6 o 7 colle­ghi, alla determinazione del credito formativo, ossia quel mezzo punto o — nella mi­gliore delle ipotesi — quel punto per ciascuno dei tre an­ni delle superiori, da spende­re alla maturità.

La sentenza del Tar del La­zio (17 luglio) che aveva estromesso questi prof per non discriminare gli allievi che non si avvalgono dell’in­segnamento delle religione e sulla quale pende il ricorso del ministro al Consiglio di Stato non avrà infatti alcun ef­fetto. Il motivo? Alcuni mesi fa, quando si stava lavorando al nuovo regolamento sulla valutazione, si è delineata con sufficiente chiarezza l’ipo­tesi di una sentenza del Tar del Lazio sull’ordinanza Fioro­ni, già oggetto di ricorsi quan­do l’ex ministro si trovava an­cora a viale Trastevere. A uno dei collaboratori del mini­stro, Max Bruschi, è venuta un’idea: blindare l’ordinanza che consente ai prof di religio­ne di contribuire alla determi­nazione del credito scolasti­co, recuperata dall’attuale mi­nistro e poi colpita e affonda­ta. «Non sono cattolico e nep­pure posso dirmi cristiano— ha dichiarato Bruschi —. Quando mi sono trovato a co­ordinare la stesura del Regola­mento sulla valutazione degli alunni, destinato a entrare in vigore dal prossimo anno sco­lastico, non ho avuto la mini­ma esitazione ad accogliere e, come si suol dire, 'elevare di rango' l’ordinanza Fioroni in­serendola a pieno titolo nel regolamento».

Il regolamento con la nor­ma sui prof di religione è ap­pena apparso in Gazzetta sot­to forma di decreto del Presi­dente della Repubblica. In­somma il provvedimento am­ministrativo di Fioroni, bersa­glio di ricorsi al Tar, essendo diventato una legge, per ora è al sicuro. L’operazione, antici­pata dal settimanale «Tutto­scuola », non dovrebbe impe­dire al ministero di ricorrere a sua volta al Consiglio di Sta­to. Forse già nella prossima settimana. Per ora la cosa più urgente per viale Trastevere è quella di rassicurare le scuole dove tra non molto inizieranno le «prove di riparazione».

Tra la fine del mese e i primi di set­tembre — comunque prima dell’avvio delle lezioni — in tutte le superiori si svolgeran­no le «verifiche» per gli alun­ni che al termine del passato anno scolastico hanno ripor­tato insufficienze in una o più materie. Circa seicentomila ragazzi (il 28,6%) sospesi con debiti stanno ultimando la prepara­zione e tra pochi giorni do­vranno dimostrare agli inse­gnanti, con prove scritte e orali, di aver colmato le lacu­ne. I consigli di classe quindi stanno per riunirsi ancora una volta per decidere se am­mettere o meno i «sospesi» al­la classe successiva. Secondo il Tar del Lazio i prof di reli­gione non avrebbero potuto partecipare ai consigli di clas­se. Ora tutto è tornato come prima. Nei prossimi giorni il ministero probabilmente in­vierà agli istituti una comuni­cazione ufficiale.

Giulio Benedetti
21 agosto 2009
Fonte Corriere della Sera

martedì 18 agosto 2009

Religione

Ora di religione: in gioco non è la libertà religiosa, ma la pari dignità fra laici e cattolici


Ora di religione: in gioco non è la libertà religiosa
ma la pari dignità fra laici e cattolici
di Michela Murgia

Un giorno forse, quando la religione smetterà di essere usata come un marcatore identitario e il povero crocefisso dietro la lavagna non sarà più un corpo contundente contro culture considerate estranee, si potrà parlare serenamente anche di una scuola laica. Forse allora a decidere l’offerta didattica saranno le esigenze formative degli studenti e delle loro famiglie e non, come avviene ora, le logiche di lottizzazione politica che altrove impongono nomine, clientele e palinsesti.

Purtroppo, in un passaggio storico in cui la Lega, tra gabbie salariali e fiction dialettali, continua a investire energie per erigere un fossato di distinzioni intorno al nord Italia con la scusa della valorizzazione del localismo, è diventato d’obbligo temere strumentalizzazioni persino su temi come la lingua, la storia e ogni tratto culturale che si presti ad essere manipolato a fini politici dietro il paravento chiodato dell’identità. In attesa che venga il giorno in cui libertà e laicità saranno sinonimi, la scuola resta un terreno di battaglia dove nessuno sembra saper resistere alla tentazione di fare barricate per i propri fini.

Così basta una sentenza del TAR sull’insegnamento della religione cattolica per far gridare allarme a vescovi e politici, e far pensare alla gente meno attrezzata che sia in gioco addirittura la libertà religiosa, invece che le pari condizioni scolastiche per i figli di tutti. Nelle nebbie della polemica intorno alla sentenza emergono sopra le altre alcune affermazioni tanto eccellenti quanto infondate, su cui vale la pena riflettere, se non altro per ricordare che chi parla di difesa dell'insegnamento della religione parla quasi sempre di tutt’altro.

Il ministro Gelmini per esempio afferma che “la sentenza del TAR vuole discriminare la religione cattolica” rispetto alle altre materie perché stabilisce che il voto dell’insegnante di religione non ha valore nello scrutinio; a dire il vero, essendo quell’insegnamento facoltativo, è lo stesso ordinamento scolastico a dire che la religione cattolica non è come la matematica o l’italiano. Il Tar si è solamente limitato a ricordare che il voto di una materia facoltativa non può fare media, perché in quel caso a essere discriminato sarebbe chi non se ne avvale, e doverlo far notare proprio al ministro è quasi imbarazzante.

Ad aumentare la confusione si è aggiunto anche l’ex ministro Fioroni, affermando che negli scrutini il credito formativo dell’insegnamento della religione cattolica vale come il credito maturato da chi segue per fatti suoi “un corso di danza caraibica”; meno male che non è vero, altrimenti bisognerebbe che il corso di danza caraibica lo pagasse lo Stato con le tasse di tutti, proprio come l’ora di religione, che è retribuita anche da chi sceglie consapevolmente di non seguirla. Persino Fioroni riconoscerà che questo è un vantaggio di partenza, se non altro economico, che manda in malora qualunque pretesa parità.

L’ultima cosa fuorviante l’ha detta monsignor Coletti, il responsabile CEI per la pastorale scolastica, sulla natura dell’ora di religione, affermando che "non si tratta di un insegnamento che va a sostenere scelte religiose individuali". Se questo fosse vero, agli insegnanti di religione per entrare in graduatoria non sarebbe necessaria la dichiarazione di idoneità da parte della curia, dichiarazione che – chissà se lo sa il ministro Gelmini - può essere ritirata in qualunque momento sulla base di scelte private dell’insegnante, tipo una convivenza pre matrimoniale, una gravidanza da single o uno screzio qualsiasi con il vescovo diocesano territorialmente competente.

Nessun altro insegnante oltre a quello di religione rischia di perdere il posto per le sue scelte private, e visto che la barricata della settimana verte sulla presunta discriminazione, sarebbe bello che qualcuna di queste persone spiegasse come la dovremmo chiamare, questa.
14 agosto 2009

da Liberazione 14 agosto 2009

Dalla riforma Gentile alla modifica del Concordato sotto Craxi

L’ora di Dio una storia tra i banchi
Tonino Bucci

Tra i banchi della scuola italiana (pubblica) l'insegnamento della religione cattolica non è entrato subito. Per quanto zoppicante il vecchio Stato post-unitario aveva mantenuto del vecchio repertorio risorgimentale la bandiera dell'anticlericalismo. Nella neonata nazione solo nelle scuole elementari era permesso l'insegnamento (facoltativo) della religione cattolica.
Da dove nasce l'ora di religione? Bisogna aspettare almeno mezzo secolo perché faccia la sua comparsa nelle scuole. È il primo governo fascista con la riforma Gentile della scuola nel 1923, pochi mesi dopo la Marcia su Roma, a rendere obbligatorio l'insegnamento della religione cattolica. Ma è il Concordato del '29 firmato da Mussolini con il Vaticano a sancire l'ingresso definitivo dell'ora di religione in tutti gli ordini e gradi della scuola, dalle elementari alle medie e superiori. La formula che fissa il passaggio è perentorio. La religione cattolica è riconosciuta come «fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica». Passa il fascismo, c'è la lotta di Resistenza, finisce la guerra e nasce la Repubblica. Ma col Vaticano - che fino all'ultimo inclina per il mantenimento della monarchia e solo malvolentieri accetterà la democrazia - le nuove istituzioni repubblicane cercano un riconoscimento reciproco in nome del realismo. Il compromesso tra poteri si raggiunge in punta di equilibrio col tormentato (e discusso) articolo 7 della Costituzione: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Nelle scuole tutto rimane come prima. Passeranno decenni prima che un governo italiano torni a discutere con il Vaticano di insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Lo fa Craxi nel 1984 che nella modifica concordataria trasforma la formula decisiva per l'ora di religione. «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principî del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado». Sembra un passo in avanti. La religione cattolica non è più «il fondamento e il coronamento dell'istruzione pubblica», come era scritto nei Patti lateranensi del '29. Stavolta la faccenda è messa nei termini di una concessione. E' la Repubblica italiana che "riconosce" il valore del cattolicesimo e ne assicura l'insegnamento. Nei fatti, però, l'insegnamento della religione cattolica (da allora chiamato con la sigla Irc) viene esteso anche alle scuole materne. Non solo. Per giustificare un'anomalia solo italiana - dato che in nessun altro paese occidentale la scuola pubblica si fa carico di insegnare una confessione religiosa - si fa passare la religione cattolica per una materia di interesse generale imprescindibile per la cultura nazionale. La musica non cambia, si spaccia una confessione religiosa particolare per cultura di rilevanza universale di cui lo Stato deve garantire l'insegnamento nelle scuole pubbliche. E non con propri insegnanti scelti in base a concorsi pubblici. I docenti li sceglie il Vaticano. E' la Curia a nominarli, a suo insindacabile giudizio. Però è lo Stato a pagarli. La spesa annua per pagare lo stipendio a circa 25 mila insegnanti di religione - i dati riportati sul sito dell'Uaar risalgono al 2001 - si aggira intorno ai 620 milioni di euro. Milleduecento miliardi delle vecchie lire. Non basta. Dal 2003 (per effetto della legge 186) gli insegnanti di religione sono entrati in ruolo, quantunque non abbiano mai sostenuto un concorso pubblico.
Però lo Stato non può intervenire sulla disciplina. A scanso d'equivoci un protocollo del concordato stabilisce: l'insegnamento della religione «è impartito in conformità della dottrina della Chiesa». Evidente come il sole. Quell'ora è di monopolio assoluto della Chiesa che ne dispone per insegnare la propria visione confessionale. E di insegnare altre confessioni non si fa proprio cenno nella modifica del concordato. A meno che a un docente non venga in mente di rischiare il proprio posto. La Chiesa li sceglie, la Chiesa può prendere provvedimenti qualora un insegnante non segua la retta via nella vita privata. Lo dice anche il Codice di diritto canonico. «L'Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica». Non solo, gli insegnanti di religione, per mantenere il posto, devono chiedere ogni dodici mesi il nulla osta all'autorità diocesana che potrebbe intervenire in caso di «condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa». Detta in soldoni, se a un docente di religione dovesse capitare d'essere piantato dal consorte e di divorziare, potrebbe per giunta perdere anche il lavoro. Ha fatto scalpore, ad esempio, il caso della prof in gravidanza fuori dal matrimonio licenziata dalla Curia. A nulla valse il ricorso.

Alle materne e alle elementari le ore di religione sono due - in base a una modifica della revisione del concordato - mentre si riduce a una alle medie e alle superiori. La Cei ha insistito perché l'ora (o le ore) non capitassero alla fine dell'orario scolastico. Motivo? La naturale propensione degli studenti a dileguarsi.

L'ora alternativa a quella di religione? Certo, in teoria si può fare. Il concordato riconosce la possibilità di «non avvalersene». Ma di fatto le scuole non hanno i soldi per organizzare attività alternative. Però è un diritto di genitori e studenti pretenderlo.

14/08/2009